“La pace con voi” per inaugurare il mio blog su l’Unità

Sono molto felice e lusingata di essere stata invitata dall’Unità a tenere un mio blog d’autore. Ho deciso di chiamarlo “Tu, quore”, con questa motivazione:
Un blog per scrivere di quello che mi tocca nel profondo. Non parlo di passione, una parola con quella doppia sibilante che subito divora e disperde, autocombusta, superficiale e capricciosa. Parlo di tenaci tessuti di miocardio che si muovono e abbracciano il mondo che vedo: si tratti di persone, libri, musica, film, arte, visione delle cose, o riflessioni. Questo leggerete qui, se vorrete. Scrivere è il mio modo di essere mondo.

Come primo pezzo, ho scritto qualcosa di molto quoroso, sulla pace… eccolo:

La pace con voi
C’è stato un momento della mia vita, più di 30 anni fa, in cui il mio mondo veniva giù come bastioni di un castello di sabbia. Mia madre moriva di cancro e la nostra casa andava a pezzi di abbandono, ognuno di noi cucito muto nell’impossibilità di gestire questo dolore e comunicarlo agli altri, condividerlo. Avevo appena ficcato il naso nell’adolescenza, e facevo quasi solo cose sbagliate, mentre cercavo di alzare uno sguardo di sfida ai mostri delle mie paure, intanto che l’angoscia scavava un millimetro di buco allo stomaco al giorno. Avevo bisogno di allontanarmi dal castello sul mare, di non assistere ai crolli.

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“Reperti per il prossimo milione di anni”: il rituale mortuario si fa performance

Nuova uscita per il mio blog di arte preferito, Bcomeblog!

Stavolta ho scritto di una personale dedicata a un artista intrinseco il cui lavoro mi ha colpita, e che ho intervistato: Carlo Gabriele Tribbioli.

“Reperti per il prossimo milione di anni”: il rituale mortuario si fa performance

Non poteva che essere una mostra personale questa dell’artista romano Carlo Gabriele Tribbioli alla Federica Schiavo Gallery di Roma, aperta fino al 17 novembre 2012 (con sospensione fra il 4 e il 12 novembre per andare a Torino per Artissima). Sarebbe davvero difficile infatti immaginare di abbinare qualcosa a questo intenso lavoro che nel titolo Reperti per il prossimo milione di anni spiega già la sua intenzione/tensione.

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Piccoli Marley partenopei: Ras Tewelde conquista Africa e Giamaica

Una recensione di un cd veramente gioioso e carino che è stata la mia allegra colonna sonora estiva, di un musicista che ha davvero qualcosa in più….

Piccoli Marley partenopei: Ras Tewelde conquista Africa e Giamaica

Ha qualcosa di speciale questo ragazzone napoletano ma “etiope” di adozione. Un nome italiano sostituito da quello ricevuto in battesimo in Etiopia, usato ormai come nome d’arte, che è soprattutto una dichiarazione di intento, musicale e politico-religioso, dove la differenza tra le due cose – come per Marley – in fondo non c’è. Una qualità gioiosa e pulsante, un candore assoluto, che muove anche tenerezza, una fede rastafariana vera, che lo porta a scrivere pezzi “conscious” (= impegnati) su quella che con una forzatura possiamo definire la dottrina rasta: la teoria dell’Etiopia come culla degli africans (a prescindere dalla loro provenienza e del colore della loro pelle), l’idea della necessità di un loro “rimpatrio” nelle aree che l’imperatore Haile Selassie decise di donare ai giamaicani che volessero tornare a una terra originaria dove non essere sfruttati dal colonialismo anglosassone, ovvero la zona di Shashamane, dove da alcuni anni risiedono varie persone/famiglie di origine caraibica. Una weltanschauung che l’artista esprime a tuttotondo nel costruire con grande sforzo personale progetti culturali con l’Etiopia, soprattutto Youths of Shasha, dove ha coinvolto i bambini del luogo nella produzione musicale.

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“Tenendo la fatica con le mani” torna su carta, stavolta con Laspro

Avevo già pubblicato questo pezzo, a cui tengo moltissimo, su Il Grandevetro, più di un anno fa.

La rivista Laspro mi ha chiesto di scrivere qualcosa sullo stesso tema, ma non me la sono sentita di cercare di esprimere le stesse cose con parole diverse, e gli ho riproposto questo. Lo posto quindi ancora, ringraziando Laspro, sempre con il mio scatto peruviano che mi piace tanto ;o)

Tenendo la fatica con le mani

Il sari fucsia splende sulla sua pelle cioccolato al latte che sotto le braccia resta un po’ flaccida. È magra e il viso scavato fa pensare a sessant’anni ma impossibile esserne sicura. Denti non tutti, sorriso sghembo che copre con la mano sinistra davanti al nero lucido del mio obiettivo, ma le ho fatto l’occhietto per chiederle il permesso, prima: quindi ho scattato. Scattato in questo luogo perduto del Rajastan, a metà strada tra Jaipur e Bikaner, credo. Dove fanno mattoni.
Cammelli passano dinoccolati sulla collina in fondo, indifferenti. Continua a leggere

Gli “Inni e antichi canti” di Girolamo De Simone, che non so recensire

Mi piacerebbe poter recensire questo breve e potente gioiello di Girolamo De Simone, un cd che ascolto da un paio di mesi senza stancarmi, meravigliata della mia meraviglia nel riabbracciarne ogni volta gli accordi come amici smarriti; quel cadere della dita sui tasti del pianoforte che mi trafigge dipingendomi come una ragazza da ritratto ad olio ottocentesco. Mi piacerebbe poterlo recensire con le competenze giuste, poter andare oltre l’ovvio Satie di riferimento, al poco Debussy che conosco, al Bach che mi torna nell’orecchio forse solo per il suono della spinetta; mi piacerebbe poter spiegare cos’è l’accordatura persiana che ha usato su alcuni brani, far capire il lavoro immenso che ha messo in ogni nota, lo studio, la riflessione, la ricerca di melodie e di esecuzione, il valore di ogni sua esitazione prima di una nota a struggerla e farla cadere soffrendo. Continua a leggere

“Il Cristo ricaricabile” di Guglielmo Pispisa

Un romanzo magnificamente ambizioso, che gestisce con coraggio materia a dir poco rovente a partire dal suo incipit: un uomo – narratore quasi onnisciente della storia – viene resuscitato da suo nipote, un ragazzetto come tanti, di poco più di vent’anni, surfista e introverso, che si sveglia un giorno con le stimmate, senza avere idea di perché, senza una fede in Dio o un afflato religioso, senza averne il desiderio o il physique du rôle psicologico o mentale. Intorno a loro, narratore e protagonista, una serie di personaggi (molti dei quali membri della stessa famiglia), a rendere questo romanzo più che “corale” quasi “sinfonico”: caratteri diversissimi tra loro esprimono pensieri, stili di vita, emozioni e sentimenti spesso antitetici e in conflitto ma che nell’insieme riescono a dare una spinta verticale alla storia, creando un movimento un po’ vertiginoso, come un Tondo Doni michelangiolesco.

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Dolomiti Contemporanee, arte solida

Da quando sono nata la mia famiglia ha una casa nel bellunese, al confine con il Trentino, e se faccio la somma di tutti i mesi che ci ho passato, diventano almeno 6-7 anni della mia vita. Sono molti, e ce li ho scolpiti addosso, solchi d'amore e gratitudine. Quest'estate sono andata a Taibon Agordino a vedere una mostra, senza avere idea di cosa fosse, e sono rimasta colpita in modo potente dall'intero progetto. Dolomiti Contemporanee è una scatola che contiene idee profonde e vorticose, e ho sentito il bisogno di scriverne. Due pezzi, uno per Bcomeblog, un blog di arte gestito da Marianna Fratterelli e Giorgio Specioso, che sono due persone speciali, e l'altro per l'Unità.

Eccoli qui.

Dolomiti Contemporanee: il coraggio dell’ambizione

Conosco il ventre di queste valli da quando ho vita, il sapore ferrigno che ti lasciano in bocca certe loro solitudini quando cala il sole, d’estate; pareti intere di roccia trapanate di vecchie gallerie per i treni delle miniere che non passano più da cent’anni, finiti i tempi d’oro dell’estrattivo; le strade troppo vicine al letto del fiume azzannate dalle alluvioni del ’66, e le loro ragazze esodate a Roma o Milano a fare le balie o i mestieri; i paesini coi morti ammazzati su cui fare silenzio; il beyond-Cortina che ha arrancato, prima dell’era falsa ma rassicurante dei cannoni sparaneve; le mani grezze e scure di chi andava a falciare da quando aveva cinque anni, che negli anni sessanta e settanta scappava in Svizzera a incassare buste paga operaie al gusto di razzismo, o in America; e infine le fabbriche che alimentano il mito del Nord-Est, e quelle che non ce la fanno.

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“La Patente”, di Alessandro Palazzi

Fresco, intelligente, anticonvenzionale, aperto, divertente: “La patente”, primo lungometraggio di Alessandro Palazzi, è un film che si stacca dal panorama italiano per mettere in scena una commedia in stile britannico, dal sapore un po’ sit-com, dove la sessualità e i rapporti umani travalicano gli schemi in modo comico e spiazzante, per nulla timorosi di uscire dai binari tradizionali. La ricerca di una “normalità” sentimentale avviene attraverso processi poco ortodossi, dove la pulsione sessuale e quella sentimentale posso confondersi ma anche prendere strade diverse. Sicuramente è centrale il tema della precarietà, visto da una prospettiva sincera e schietta, senza buonismi: arrangiarsi per sopravvivere, costi quel che costi, con o senza morale, a costo di fare i furbi.
Attori perlopiù molto convincenti a dare vis a una sceneggiatura divertente e spregiudicata – con qualche momento demenziale e surreale – ci fanno viaggiare dentro una storia piuttosto semplice: due ragazzi cercano di mettere insieme uno stipendio portando all’attivo un’autoscuola, dovendo però superare gli ostacoli “umani” di studenti complessi e problematici, stranieri con problemi di lingua o imbranatissimi, adolescenti con turbe sentimentali e trans seduttivi, con un contorno di altre figure marginali ma molto comiche. Non era facile gestire questo magma senza scadere in uno stile eccessivamente sit-com ma, tolto qualche dialogo in esubero e un paio di inciampi narrativi, il film scorre via veloce e regala qualche momento più profondo della mera comicità, offrendo una riflessione sull’Italia moderna.

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Madreferro, un romanzo necessario di Laura Liberale

Ho letto molte cose carine e anche belle, ultimamente, oltre ad altre meno interessanti che non ho recensito, ma Madreferro va nella categoria “letteratura” più di ogni altra. Un romanzo a flusso in cui desideravo imbattermi da tempo, una prosa raffinata e pregna, necessaria, potente di lessico e frasi, senza mai affettazione. Letteratura, appunto. Che scava. E si fa leggere lentamente, quasi una pagina alla volta, come un ruminare di parole e soprattutto un colpire di aggettivi compiuti, compienti. Come bere finalmente senza essersi accorti di quanta sete si aveva, come un bel film dopo ore di televisione.

Non succedono grandi fatti in questa storia: una scrittrice torna nella sua cittadina di origine dopo qualche anno di assenza e ritrova un filo di congiunzione tra tutti i segni della sua infanzia che aveva subìto senza capire, dando finalmente nome e consapevolezza al trasudo violento e cattivo che respira da quei luoghi.

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“Midsommar” äntligen på svenska!

Jag skrev en berättelse en gång i tiden, som hade sitt ursprung i en scen som min bror och jag bevittnade en gång på Gamla Stans T-banestation, 1991. En scen som påverkade oss djupt i sin kalla, stilla, tysta verklighet. Det mynnade ut i en berättelse som jag skrev delvis på svenska, delvis på italienska (svenskan korrigerades av Yvonne Magnusson).
Nu har jag fått hjälp av Karin Helena Vikström, en svensk författare (bland mycket annat), som magnifikt översatt den italienska delen till svenska. Så nu får ni äntligen läsa den på svenska. Kul va?
;o)

Berättelsen kan ni få läsa här.