“Il sospetto” di Thomas Vinterberg

Lucas (Mads Mikkelsen) e Theo (Thomas Bo Larsen) sono cresciuti insieme in una piccola cittadina della campagna danese, andando spesso a caccia con un gruppo storico di amici. Theo e la moglie litigano di frequente e a farne le spese è la loro secondogenita Klara, una bimba di 5 anni che frequenta l’asilo dove Lucas ha trovato un lavoro temporaneo – avendo perso un posto da insegnante a causa dei tagli alla scuola. I genitori di Klara la trascurano molto e, nel momento in cui Lucas la tratta in modo gentile e protettivo, la bambina sviluppa per lui una cotta infantile: gli regala un cuore e lo bacia sulle labbra.

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Esercizi sulla Madre, di L. R. Carrino

carrino eserciziEsercizi sulla madre di Luigi Romolo Carrino, Perdisa Pop

Non è un libro semplice, questo, nel bene e nel male. Non è un libro della sera, o del treno: è un libro che va propriamente letto, anzi imparato a leggere, cosa che si fa dalla ventesima pagina fino all’ultima. La parola in alcuni passaggi è davvero preziosa, incidente, perturbante, auto compiuta. A volte troppo: la parola si gonfia e pretende tutto, anche di non essere capita; altezzosa, distante. E a volte ciò che si narra è iperbolico, sovradrammatico, implausibile, mi ha lasciato una sensazione di eccedenza, di volontà di effetto; anche se non penso che l’autore ne avesse il proposito. La sensazione che ho, invece, è che Carrino volesse provare a guardarsi dentro uno specchio mentre vomitava, piangeva, gridava, ma tutto piano, tutto solo mouse e tastiera, con persino qualche sorriso di bravura che ci sta tutto: la sua penna è compiuta e poetica, raffinata.
Ci vuole un anticoagulante, e tempi morbidi, per compiere il viaggio di questa lettura, che non è per tutti, e non è per qualsiasi giorno. “Esercizi sulla madre” è la storia di un bambino di 38 anni che abbandonato dalla madre una notte di 30 anni prima non ha mai smesso di escrescere intorno a quella fuga senza addio, di cui solo nella conclusione ribalta il finale.

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Ciao Gio…

Quanto è stata importante Giovanna De Angelis, per la letteratura italiana.
Quanto ha dato come editor, per anni, a tanti romanzieri e romanziere, con generosità e attenzione, con cura e delicatezza infinite. E che percorso precoce e lungo ha fatto, col suo talento straripante, il senso della bellezza della parola immenso, esercitato con dolcezza ferma a cui ci si poteva appoggiare. Lo dice chi ha lavorato con lei, i fortunati che l’hanno fatto.
E i suoi tanti altri interessi, l’attenzione alle donne, la poesia, il suo amore per la musica; il suo senso così forte di giusto e sbagliato, di retta e torta via, che l’ha portata a scelte difficili dove è stata disposta a pagare di persona pur di non fare compromessi con la sua etica. Perché i suoi bellissimi occhi di ambra liquida potevano diventare anche molto acuminati, e renderla decisa sulle cose in modo irrevocabile, toglierle la paura di portare fino in fondo le sue scelte, farsene carico.
Per questo mi piaceva così tanto Giovanna.
Ma non era per questo che le volevo bene. Gliene volevo perché era una donna con un cuore bello e libero, forte, meridionale, solidale. E una volta che ci siamo incontrare a pranzo per scambiarci dei contatti e delle informazioni professionali, sedute all’aperto in una terrazza di sole e di vento, siamo finite a farlo con un senso quasi archetipo di solidarietà femminile, come sorelle complici. Coi suoi sorrisi dall’altro lato del tavolo, le labbra, i capelli, gli occhi di ambra liquida, la pelle bellissima. E un abbraccio di saluto che non finiva più.
Ti porto dentro così Giovanna, con gratitudine e dolore.

Auguri!

Ciò che auguro a tutti voi è che questo sia un anno di somiglianza.
Che la vostra vita vi assomigli, che ci siano più momenti che riconoscete come autentici per voi di quelli in cui siete costretti a vivere situazioni che non vi interessano o che vi fanno addirittura del male. Che abbiate accanto qualcuno che vi assomigli al punto da sapere in che modo autarvi a vivere nella somiglianza con voi stessi, e che vi assomigli al punto da sapere anzi essere la persona con cui sentire identità e piacere di vita che scorre.
E che assomigliate a voi stessi, che guardandovi vediate nello specchio limpidezza, consapevolezza, coraggio, capacità di evolvere e abbandonare zavorra di vecchio dolore spelacchiato ancora usato come alibi e scudo.
Dico addio con gratitudine questo ennesimo anno a marce ridotte e scarponi ramponati ai miei piedi. Considerare che ho girato un cortometraggio di cui avevo immaginato scene e dettagli anni prima di anche solo pensare che avrei mai lavorato come filmmaker, e che sono arrivata in cima a una montagna che temevo inespugnabile, mi fa credere che nel 2013 completerò la mietitura di ciò a cui aspiro da sempre, e che oggi conosco.
Che il 2013 ci somigli  : o )

Lo Hobbit, eroe delle piccole cose

Aspettavo questo film da tempo, non sono rimasta delusa. Un’opera ancora grande e sontuosa da parte di un regista che mette un tale filologico amore nei confronti di J. R. R. Tolkien da riuscire a creare personaggi più pittorici del libro, e a far lottare due montagne tra loro come fosse un evento naturale e possibile. La fusione tra produzione e post-produzione è talmente priva di cesure e suture da far diventare il flusso scenico, narrativo e tecnologico un unicum filmico perfetto. Non ho voluto vedere il film in 3D la prima volta (tornerò tra qualche giorno) per godermi di più la storia, il “mio” Tolkien, e credo di aver fatto bene: sarebbe stata una distrazione da baraccone, un gioco sicuramente divertente e emozionante, ma non il cuore di ciò che volevo trovare, o meglio ri-trovare, 36 anni dopo aver letto Lo Hobbit. 

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End of the world melancholia blues

Non credo che oggi finirà il mondo, anche se il pianeta sarebbe migliore senza la razza uomo, saprebbe lentamente curarsi da tutte le ferite che gli abbiamo inferto. Credo che ci serva pensare che il mondo possa finire per capire meglio ciò che abbiamo, penso che abbiamo bisogno di avere paura per pensare che la controlliamo, anche se alla fine siamo solo capaci di esserne schiavi.

Per parte mia, mi va bene andare. Ho fatto molte cose, ho lasciato un segno del mio passaggio su questo pianeta e in questa era, anche non ci fosse nessuno a vederlo. Ho amato molto e sono stata amata. Ho amici preziosi e una famiglia in buona parte adorabile. Non ho odio per nessuno, anche l’unica persona che ha meritato il mio disprezzo ora inizia a prendere la mia pena.

Posso andare, quindi. Manca solo una cosa, la più importante. Per questo il mondo non finisce oggi. Per le tre stelle che devo ancora veder splendere.

“Argo”: e la CIA è assolta

Un film fatto bene paga sempre, e questo è proprio ottimo cinema, sotto ogni aspetto. Argo, il film di cui Ben Affleck è sia regista e attore protagonista, e coproduttore insieme a George Clooney, sta avendo un successo senza ombre di critica e pubblico. Non è I tre giorni del Condor, certo, anche se ne condivide molti aspetti, ma ha una sceneggiatura da manuale (quasi un manuale di sceneggiatura, vien da dire), ambientazioni perfette, ritmo, suspense, dialoghi limati, e truccatori e parrucchieri che devono vincere un Oscar: incredibile la loro capacità di rendere persino la grana dei pori della pelle degli anni ’70-’80, è qualcosa difficile da spiegare se non si è visto il film, nel senso: i colori, la pellicola che sembra quella di allora, un gusto vintage che fa un effetto docu-fiction (persino il marchio usato dalla Warner Bros. per i titoli è quello d’epoca), e ricorda quel brano degli Afterhours dove Manuel Agnelli racconta di un suo sogno notturno dicendo “La luce era diversa negli anni settanta, ho riconosciuto anche quella”.

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Louis Malle vs Asghar Farhadi: il mondo che cambia

Ci sono questi film la cui mancata visione mi dà quasi un senso di disagio, come stessi seduta al banco di scuola senza aver fatto i compiti. Questi titoli così famosi, le correnti di genere, i registi “importanti”: cose che si devono conoscere, in un contesto di media cultura qual è la mia. Quel minimo che mi consenta di stare su media e non mediocre, ecco, senza pretendere troppo.
Ogni tanto cerco di pitturare qualcuna delle mie macchie di leopardo, e di solito lo faccio con un’attitudine emotiva e sentimentale, pronta all’innamoramento artistico. Così ho iniziato a guardare Les Amants, un film del 1958 di Louis Malle – anni che ce l’avevo lì. Anche perché il suo Au revoir les enfants non solo mi era piaciuto molto, ma mi aveva proprio commossa.

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Quota 3220 metri s.l.m.

Addizionare tutti i mesi che ho passato nel paese di montagna dell’Agordino dove ho casa da quando sono nata, e scoprire che la somma equivale a circa sette anni. Sui miei quarantotto. Sono moltissimi.
Sette anni: un settimo della mia vita. E ogni giorno vissuto lì – se le nuvole me lo hanno permesso – ho chiuso la giornata guardando il tramonto verso il Civetta, o “la” Civetta.
Ho sempre detto “il” Civetta, usando il maschile a sottintendere “monte”, anche se non è quello che ho fatto con altre montagne dal nome femminile: ho sempre detto la Marmolada, le Tofane o l’Auta, ad esempio. Ho capito solo ora che dire il Civetta era un modo per darle del lei.

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Skyfall: Bond sulla linea d’ombra

Il mio secondo pezzo per il blog su l'Unità.

C’era così tanto da scrivere su questo film che l’unico modo che ho avuto per farlo serenamente è stato partire con l’idea che sarebbe stato impossibile dire tutto. E nonostante le mie migliori intenzioni, questo post non è affatto breve, e non è neanche una recensione quanto più una critica, perciò più adatta a chi il film l’ha già visto. Mi appello alla clemenza della corte augurandomi di riuscire a farvi arrivare in fondo a bordo delle mie montagne russe di associazioni di idee, frantumi di suggestioni, lacerti di reminiscenze scolastiche, poesia, e qualche milione di metri di pellicole. E ora partiamo! 🙂
Per quanto non si direbbe, a conoscermi, io sono una fan acritica dei Bond movies: ho visto quasi tutti i film, almeno tre volte, con punte di una dozzina di ripetizioni. Non li distinguo uno dall’altro, volutamente: per me Bond è un archetipo a prescindere dall’attore che lo interpreta, una sorta di noumeno platonico. È un agente segreto che esiste realmente, e che anche in questo istante è in missione da qualche parte; quale sia, lo scoprirò nel prossimo film. La premessa solo per far capire che quanto sto per dichiarare non ha nessun contenuto denigratorio o sminuente, per me. Lo dico: Skyfall è molto più di un Bond movie.

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