Ezio Tarantino su Melancholia

Neanche la mia tesi di laurea mi è costata tutta la fatica e lo sforzo mentale che ho fatto per scrivere la recensione di Melancholia di Lars Von Trier (ma nessuno vada sulla tomba di Agostino Lombardo a dirglielo, grazie). Eppure è proprio così.

Per questo mi ha commossa (davvero) leggere questa "lettera" che Ezio Tarantino mi ha dedicata su "blog senza qualità". Ringrazio Ezio perché oltre ad essere uno scrittore molto raffinato, è anche un uomo intelligente che regala conversazioni di rara bellezza e intensità, e sono molto orgogliosa di essere tra le sue amicizie.

Discount or Die: l’arte della gioia secondo Valeria Brignani

“Discount or Die” (a cura) di Valeria Brignani, Nottetempo

Due vite fa abitavo in una villetta dove il mio (ex) marito sembrava volersi esercitare alla gestione di un ristorante: un porto di mare con pranzi e cene talmente estesi da rendere quasi improcrastinabile, a un certo punto, la visita alla toilette. In quella del piano terra per lungo tempo campeggiava un libro dal titolo asciutto e invitante “Guida al consumo critico”. Credo che l’editore abbia con me un debito di riconoscenza: piazzato lì, non ha mai mancato di attrarre l’attenzione dei nostri ospiti, e so che molti l’hanno poi acquistato. Mi auguro che anche loro l’abbiano poi riposto lì: nella toilette.
Credo che il libro di Valeria Brignani – raccolta delle migliori recensioni di prodotti da discount scelte dal blog che porta lo stesso titolo del libro – meriti la stessa sorte, o forse addirittura una sorte migliore: perché rispetto all’esaustivo, soddisfacente, motivato e preciso manuale di guida al consumo, Discount or Die ha qualcosa in più.
Per cominciare, la scrittura di Valeria Brignani: la sua grinta, la sua intelligenza e arguzia, la sua inventiva di metafore, situazioni, pensieri. Si può parlare di uno yogurt senza nome avocando Giulietta e Romeo, William e Kate e infine i Joy Division, senza che Valeria Brignani ti lasci mai la mano? E accostare tramezzini e gattini Ninja a David Foster Wallace si può? Certamente. E al grande DFW sarebbe piaciuto, molto, perché ci sono striature del suo mondo in questa concretezza così prosaica con vertigini di poesia, intuizioni che ti fanno salire e scendere dalle montagne russe del consumo e del suo antidoto.

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“Romanticidio” di Carolina Cutolo

La pornoromantica ha commesso Romanticidio!

Io Carolina Cutolo l’ho vista una sera, una volta, prima di leggere il suo romanzo. Ero al suo bar e l’ho vista domare una gang di pischelli minorenni che avevano deciso di concedersi una serata brava proprio al suo locale, al quartiere Pigneto, a Roma.
Lei era una piccola Ariel agile e sinuosa, con i nervi scattanti da gatta di strada e palle fredde, ultrafredde; e li teneva lì buoni, i ragazzi, manico e frusta, nonostante avessero voglia di rogne, ubriachi un po’ sul serio e un po’ per finta, legnosi ma piagnoni, un po’ fascistelli, ganghettosi, pericolosetti. Ma lei neanche una piega: come un buttafuori cattivone col profilo di gesso, dominava il branco con fare tollerante ma scocciato, di chi è pronto (e lo sa far capire) a trasformarsi in un Giustiziere in tre secondi. Così l’ho vista, Carolina Cutolo, e dietro di lei mi sarei fatta piccina per nascondermi da quei teppistelli, lei maschio alfa senza esitazioni.
Così l’ho ritrovata, Carolina, nel suo Romanticidio. Un romanzo molto maschile e carino, che si legge quasi da solo, basta cominciarlo. Una prosa non particolarmente ricercata ma molto scorrevole, agile come lei, accattivante, a tratti furba, ma sempre con un pizzico di cuore. Cuor virile, certo, mica roba da signorine. Però alla fine spiazza, perché la Kattivona evolve e matura facendo una bella capriola, e pur senza rinunciare al suo cinismo decide di abbassare un po’ la guardia e prendersi quello che le spetta dalla vita e dall’amore. Sempre che… il finale è a sorpresa, un’altra capriola, ma quel che conta è la capacità allegra ma molto raffinata di creare una storia avvincente e simpatica, costruita su buoni ritmi narrativi.

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“A Neopoli nisciuno è neo” di L. R. Carrino

Napoli l’ho scoperta da poco, affettivamente; non avendola concettualmente mai visitata o saputa prima, in due brevi visite l’ho trovata tutta diversa e tutta uguale a quella che pensavo, e ci ho cucito dentro quel sentimento che ti strappa per forza, se hai occhi sentimentali sulla bellezza. Chissà che effetto mi avrebbe fatto questa lettura, altrimenti, questa galoppata di nomi, situazioni, quartieri strade, alti e basci, questa puzza e questo profumo, queste speranze tritate che spremute hanno più succo di quello che il concetto di “neomelodico” riesce a esprimere mai.
Premetto che non amo il genere, e non lo amerò mai, perché sulla musica ho gusti totalmente diversi, ma è stato interessante capire cose c’è/c’era dietro, quante contraddizioni, per chi le vede tali non conoscendone i meccanismi, e quanto fluido senso invece contenga il mondo che questa musica esprime, così ancorata alla sua realtà da essere folcloristica nel senso più profondo del termine, ché “popolare” è più ambiguo.
Questo testo, scritto da Carrino con l’aiuto di Ettore Petraroli, esce dalla sua ottima penna come una lunga narrazione di persone, più che di personaggi: ognuno di loro ha poco del divo, è legato al luogo dove canta come avesse delle radici, ogni quartiere le sue ugole, come una spartizione, e il tributo dell’umiltà, il tributo ai fans, tutti o quasi lo devono e vogliono pagare, anche se non dà ricchezza ma spesso chi canta lo fa a feste private, più che a concerti, e spesso guadagna poco, a volte niente, sull’ingaggio.

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Ceci n’est pas un compte-rendu [Questa non è una recensione] – Un pezzo per Nazione Indiana

Una non-recensione, una sorta di pezzo non-narrativo che ho scritto per Nazione Indiana.

Ceci n’est pas un compte-rendu [Questa non è una recensione]

Roma, parco di Villa Ada, aprile finisce domenicale cedendo infine alla primavera.
Nei viali e sui prati, una coppia di amiche rumene di mezza età con caviglie virili e varicose parlano fitte sbocconcellando panini e il vino dal cartone, rannicchiate sopra un plaid tartan sull’ocra con orli sfilacciati, le dita dei piedi compresse dai gambaletti color carne.

Due colleghi di lavoro hanno usato la scusa del jogging per vedersi finalmente da soli, fuori dall’ufficio, senza far destare sospetti alle famiglie. Lei ha solo cambiato la “a” di collega in una “i” di colleghi, quando ha avvertito il marito; lui invece ha omessa la “a”, quando ha detto a sua moglie: «vado a correre con un[a] collega». Due “a” omesse, privative di una verità che a entrambi pare ancora innocente, quasi sincera. Tra poco non basterà più quel versarsi addosso il fiume di parole di oggi: vorranno toccarsi, e poi sposarsi. Uno dei due lascerà il proprio coniuge, l’altro no, perché i bambini sono troppo piccoli, e non se l’è sentita, e il dolore si mangerà tutto, alberi compresi, e pure questo vento di primavera meraviglioso.

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Max Fuschetto, un grande musicista

Ho deciso di recensire questo cd nonostante sia uscito due anni e mezzo fa perché è una musica che mi ha folgorata, emozionata, vivificata, e il rapporto di stima e amicizia che ho intessuto con il suo autore mi sta portando su nuove strade espressive. Ascoltatelo.

Popular games di Max Fuschetto

Recensire un album uscito nel 2009 è un’eccezione, di solito ci si concentra sulle novità, ma in questo caso tralasciare il primo lavoro di Max Fuschetto sarebbe stato proprio un delitto. Soprattutto perché questo raffinatissimo album è davvero “popular” nel suo essere immediatamente piacevole e catturante dal primo ascolto, ma allo stesso tempo con una tale complessità di suoni, armonie, melodie, percussioni, arrangiamenti, campionamenti, linee ritmiche, partiture, strumenti, echi, suggestioni e generi, che si potrebbe ascoltare praticamente all’infinito continuando ogni volta a sentire sonorità diverse, allusioni, in un gioco di specchi sonori.
C’è davvero (di) tutto in questo piccolo capolavoro che pur mantenendo una sua riconoscibile identità italiana su molti aspetti, ha un respiro totalmente internazionale. Sfugge quindi alle definizioni, e soprattutto alle categorie: meglio forse dare qualche suggestione. Se avessi un negozio di dischi credo lo posizionerei non lontano da Vollenweider, e non distante dalla World, accanto alla ECM, ma prenderei anche un filo sottilissimo e lo congiungerei pure con i Beatles, in salsa hard bop, con accenni di contemporanea.
Troppa roba? Impossibile accorgersene, in verità: il suono finale è liquido, sciolto, sincero, con una raffinatezza sublime che si percepisce quasi in filigrana.

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Slowfesta di primavera!

Che bello!!

È di nuovo tempo di Slowfesta! Ci vediamo al Beba do Samba di Roma venerdì 18 maggio 2012 a partire dalle 21.00! Apro io con la presentazione del delizioso romanzo di Fabio Bussotti!

Qui di seguito il comunicato stampa:

Avrà luogo il 18 maggio prossimo a partire dalle 21 l’ormai tradizionale rassegna organizzata da Slowcult.com, sito specializzato in recensioni di concerti, cinema, teatro, danza nonché corredato di una ricchissima serie di photogalleries, sorprendentemente classificatosi tra i primi 10 blog musicali nel prestigioso contest dei Macchianera Blog awards,

Sul palco del Beba do Samba, che ospitò già la prima edizione di due anni fa è previsto uno spazio letteratura, in cui lo scrittore/attore Fabio Bussotti presenterà il suo romanzo ‘Il Cameriere di Borges’ interpretandone alcuni brani. Continua a leggere

“Il cameriere di Borges” di Fabio Bussotti

Devo premettere che nel corso degli anni dedicati al volontariato di lettura di inediti ho sviluppato un’allergia nei confronti di manoscritti il cui protagonista è un commissario di polizia (allergia doppia per quelli in cui il suddetto è alcolista e se la fa con una donna bellissima con tette enormi e occhi verdi, come di solito accade), e quindi ho cominciato questo romanzo con – come dire – alcuni pregiudizi. Presto svaniti, però, di fronte a una storia divertente e intelligente, con sfaccettature umane complesse e soprattutto una credibilissima rappresentazione dell’universo femminile. Non è poco, per me. Di solito i romanzieri, soprattutto se giallisti, dipingono donne improbabili, incoerenti, o troppo deboli o marziane, fumettistiche. Le due co-protagoniste di questo romanzo invece sono vere e interessanti.
Il plot è ricco, filmico, ambizioso perché coinvolge anche la repressione argentina, Borges, e persino Che Guevara, e pur presentando tutti i pregi (e anche qualche difetto) di una sceneggiatura, la scrittura tiene molto bene non solo nei dialoghi ma anche nelle parti narrative, dove le descrizioni dei luoghi e delle azioni è tridimensionale e di respiro. Anche grazie a questo (e non solo per la trama avvincente) la lettura procede spedita verso la conclusione che continua a “finire” per più capitoli, con le tessere – non solo dell’azione ma dell’affetto – che si ricompongono una ad una. Un libro molto carino, quindi, estivo ma non superficiale: piacevole con sostanza.

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Al festival italo-irlandese di Verona

Ringrazio di cuore all'immensa Federica Sgaggio per avermi invitata a partecipare a un'iniziativa strepitosa, vitale, propulsiva e unica come il Festival italo-irlandese, tra Nogarole Rocca e Verona, dal 3 al 6 maggio 2012, che è già alla sua seconda e meritatissima edizione. Non so quanto io abbia meritata questa convocazione ma sono davvero felice e emozionata di farne parte, insieme a una lista impressionante di scrittori irlandesi di peso, a cominciare da Catherine Dunne, che non vedo l'ora di conoscere.
Il Festival si articola su più giornate, con anche iniziative di scrittura molto dense e interessanti, per cui vi invito a leggere con attenzione il programma. Io sarò lì tutto sabato, ci vediamo a Verona!

“Bel Ami”: il seduttore non seduce

Di solito non recensisco cose che non mi piacciono, preferisco scrivere solo di ciò che mi convince, ma per questo film ho fatto un'eccezione: l'ho trovato davvero irritante a fronte di critiche molto buone anche su testate di peso. Ho ritenuto di dover "bilanciare" le cose.

"Bel Ami": il seduttore non seduce

Che peccato, un film così. Inutile, insignificante, che vorrebbe avere la complessità de “Le relazioni pericolose” (non citiamo neanche “Valmont”, la sua migliore versione) ma non arriva neanche a esserne la caricatura, con attori che pur bravi, da soli, sembrano qui recitare senza una vera regia, abbandonati a un copione da cui cercano di estrarre qualcosa che somigli a un personaggio.
La trama, ricavata dall’omonimo romanzo di Guy de Maupassant, vuole Georges Duroy (Robert Pattinson), uno squattrinato ex soldato, intrufolarsi nell’alta società parigina grazie a un conoscente giornalista che lo accoglie nel suo entourage. Grazie alla sua avvenenza, Duroy ne sedurrà a turno tre esponenti importanti:  Clotilde De Marelle (Christina Ricci), Madeleine Forestier (Uma Thurman), e Virginie Walters (Kristin Scott Thomas).

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