Peirone e le millenials tra seduzione e potenza

Resterà aperta ancora qualche giorno la mostra "Girls, Girls, Girls" dedicata a una fotografa svedese (di origine argentina) che ha avuto un enorme successo qui in Svezia al Göteborgs Konstmuseum il Museo d’Arte cittadino.
Julia Peirone da anni punta il suo obiettivo verso le giovanissime, cercando con le sue immagini di dar loro un’identità maggiore e più profonda di quella banalmente generazionale. Ragazzine e ragazze colte in momenti di imperfezione, fisica o di posa, esposte proprio nell’attimo in cui la foto verrebbe scartata: a occhi chiusi, con una smorfia, cadute per terra dai tacchi, piene di smagliature, con l’apparecchio ai denti, pelosissime, sovrappeso. In un mondo dominato dal fotoritocco e dai selfie finti, Peirone abbraccia l’imperfezione con lo sguardo e la proclama con orgoglio, gridandola come un manifesto.

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L’infinito polare: “Antarktis” di Gerry Johansson

Torno a parlare di fotografia per una nuova personale in esposizione alla Elf Galleri di Göteborg. Sotto i suoi selettivi riflettori il fotografo svedese con più riscontro internazionale: Gerry Johansson, con una mostra dal titolo “Antarktis” (“Antartide”).
Si tratta di immagini stampate da negativo ottenuto in analogico in grande formato (8×10 pollici) impresse durante un lungo set di sei settimane in spedizione sull’Antartico. Condizioni proibitive tra temperature polari e venti squassanti, che Johansson ha affrontato con grande caparbietà, aspettando il momento giusto per uscire e scattare in qualsiasi direzione. La composizione dell’immagine è uno degli elementi più appaganti di questa collezione, con immagini che sono sempre quel millimetro diverse da come le avremmo scattate noi. Un millimetro, davvero, che fa tutta la differenza tra un’immagine “pulita e nitida”, e un’opera d’arte.

Durante il nostro colloquio non mi sorprende ma come sempre mi colpisce la grande umiltà (pregio o difetto nazionale degli artisti svedesi) con cui Johansson ha candidamente affermato che gli scatti esposti sono belli, certo, ma scelti tra mille possibili inquadrature poi scartate. Quasi a sminuire – con timidezza – l’imponente fascino del suo lavoro.
E questa cifra di umiltà si riflette nella sua narrazione fotografica dell’Antartide: il nostro essere piccoli e marginali rispetto alla natura, che appare infine così inafferrabile, intoccabile. L’umiltà del nostro essere piccoli, che ci dovrebbe far sentire fragili, vulnerabili. Ci riporta al “Dialogo della Natura e di un Islandese” dove Madre Natura non è matrigna quanto indifferente a noi, ignara delle nostre esistenza a causa dei meccanismi maggiori della sua grandezza. Dovremmo conservare questa sensazione di timore rispettoso, dovrebbe guidarci nelle scelte quotidiane legate agli idrocarburi. Alcune foto hanno come sfondo delle nuvole scure, un presagio di tempo funesto: dovremmo prenderle come un monito alla nostra scelleratezza.
Ma una delle cose che colpisce di più di queste immagini è che nella maggior parte dei casi non abbiamo riferimenti dimensionali per la comprensione di ciò che vediamo. Una cresta di neve scolpita dal vento potrebbe misurare un metro come cento, uno sperone di roccia potrebbe essere di qualche centimetro, o grande come una nave. Le immagini della natura antartica sono tanto immani quanto incommensurabili, e nella contemplazione siamo costretti a compiere un’operazione difficile: rinunciare a poterle valutare, a sapere ciò che stiamo guardando, a riconoscerlo. E la difficoltà sta nel riuscire a non sentirsi spiazzati dall’impossibilità a una classificazione, e quindi al giudizio, e quindi al controllo e in ultima analisi al dominio su ciò che vediamo. Perdiamo la consolazione del possesso di coordinate e quindi di una verità certa. Perdiamo la sensazione di confine, contenimento e senso: siamo piccoli, siamo nulla. E dato che ai poli la Terra è più piatta e schiacciata, il punto di curvatura ridotto consente una visione molto più lunga dell’orizzonte, producendo un effetto di infinitezza che davvero richiama la “vaghezza” leopardiana, e il suo “L’Infinito”.

Nella foto Gerry Johansson tra i due galleristi Dan Isaac Wallin e Jesper Witte

La poesia e lo spirito

Polaroid congelate: le foto estreme di Thron Ullberg

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Cosa distingue un artista della fotografia da un semplice fotografo? Nell’epoca della banalizzazione e overdose fotografica dovrebbe essere difficile trovare il confine, eppure non lo è. Perché una foto ha smalto, anima, originalità, ribaltamento, o non ce l’ha; alla faccia di filtri, ritagli e altri contorsionismi post produttivi. E quella dello svedese Thron Ullberg − in questi giorni con una personale dal titolo “Vilsen” (“Perso”) alla Elf Galleri di Göteborg − è quasi più arte che fotografia.

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La luce sul Vajont

Dopo il mio pezzo su Dolomiti Contemporanee, ho sentito il desiderio di scrivere ancora per questo evento così speciale e coinvolgente emotivamente. Esce oggi su l'Unità, e tra qualche giorno per Bcomeblog, in una versione leggermente diversa. Intanto L'Unità:

Un raggio di luce sul Vajont

Sono quasi cinquanta anni dall’anniversario dell’olocausto del Vajont: il 9 ottobre 1963 un’immane e annunciata (a gran voce sulle pagine de L’Unità dall’indimenticabile Tina Merlin) frana del Monte Toc all’interno del bacino artificiale della diga del Vajont, produce un colosso di acqua e detriti che spazza via la vita di quasi duemila persone, e delle loro case, travolgendole a una velocità di cento chilometri orari per settanta metri di altezza. Una forza talmente devastante che nessuno dei cadaveri ritrovati ha indosso alcun capo di abbigliamento: la potenza dell’onda ha rimosso e divorato ogni cosa sul suo cammino.

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Ego Est – Ritratti di Onze

Finalmente ho avuto modo di parlare di un artista che seguo da sempre, Stefano Centonze, in arte Onze, facendogli anche un intervista per Bcomeblog.. enjoy!!

 

Stefano Centonze, aka Onze, è un artista che da oltre vent’anni ha dato un senso potente, contemporaneo e innovativo alla definizione “illustratore”. L’ha fatto soprattutto con la sua capacità di infondere uno spessore completamente artistico alla difficile arte del fornire un’iconografia a storie, trame, concetti, avvenimenti, persone: ritratti non ritratti, formule libere, “illustranti”, di ciò che un viso o un corpo, fotografati, nascondono.

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“Reperti per il prossimo milione di anni”: il rituale mortuario si fa performance

Nuova uscita per il mio blog di arte preferito, Bcomeblog!

Stavolta ho scritto di una personale dedicata a un artista intrinseco il cui lavoro mi ha colpita, e che ho intervistato: Carlo Gabriele Tribbioli.

“Reperti per il prossimo milione di anni”: il rituale mortuario si fa performance

Non poteva che essere una mostra personale questa dell’artista romano Carlo Gabriele Tribbioli alla Federica Schiavo Gallery di Roma, aperta fino al 17 novembre 2012 (con sospensione fra il 4 e il 12 novembre per andare a Torino per Artissima). Sarebbe davvero difficile infatti immaginare di abbinare qualcosa a questo intenso lavoro che nel titolo Reperti per il prossimo milione di anni spiega già la sua intenzione/tensione.

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Dolomiti Contemporanee, arte solida

Da quando sono nata la mia famiglia ha una casa nel bellunese, al confine con il Trentino, e se faccio la somma di tutti i mesi che ci ho passato, diventano almeno 6-7 anni della mia vita. Sono molti, e ce li ho scolpiti addosso, solchi d'amore e gratitudine. Quest'estate sono andata a Taibon Agordino a vedere una mostra, senza avere idea di cosa fosse, e sono rimasta colpita in modo potente dall'intero progetto. Dolomiti Contemporanee è una scatola che contiene idee profonde e vorticose, e ho sentito il bisogno di scriverne. Due pezzi, uno per Bcomeblog, un blog di arte gestito da Marianna Fratterelli e Giorgio Specioso, che sono due persone speciali, e l'altro per l'Unità.

Eccoli qui.

Dolomiti Contemporanee: il coraggio dell’ambizione

Conosco il ventre di queste valli da quando ho vita, il sapore ferrigno che ti lasciano in bocca certe loro solitudini quando cala il sole, d’estate; pareti intere di roccia trapanate di vecchie gallerie per i treni delle miniere che non passano più da cent’anni, finiti i tempi d’oro dell’estrattivo; le strade troppo vicine al letto del fiume azzannate dalle alluvioni del ’66, e le loro ragazze esodate a Roma o Milano a fare le balie o i mestieri; i paesini coi morti ammazzati su cui fare silenzio; il beyond-Cortina che ha arrancato, prima dell’era falsa ma rassicurante dei cannoni sparaneve; le mani grezze e scure di chi andava a falciare da quando aveva cinque anni, che negli anni sessanta e settanta scappava in Svizzera a incassare buste paga operaie al gusto di razzismo, o in America; e infine le fabbriche che alimentano il mito del Nord-Est, e quelle che non ce la fanno.

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Antonio Coppola, compositore fotografico

Le immagini fotografiche di Antonio Coppola mi hanno colpito moltissimo, e mi sono sentita veramente onorata quando mi ha chiesto di scriverne una presentazione. Per l’annuale festa di SlowCult l’ho invitato a esporre le sue foto, e sono intanto molto felice di condividere il mio pezzo qui, uscito sia su SlowCult che su unonove. Andate a entrambi i link per vedere foto diverse ;o)
Per pubblicare qui il pezzo ho scelto questa. Per tutte le immagini ho scritto delle didascalie, e questa è una delle mie preferite.

Stanno per salire a giocare le ultime sirene rimaste,
sorridono dietro piccoli dorsi di mano.

 

“N’atu munn” di Antonio Coppola, compositore fotografico.

Portare il mare dove non c’è più.

“N’atu munn”.

Oppure:

“Nat’u munn”?

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Mare fuso: la natura secondo Mimmo Jodice

Una lettura della mostra monografica dedicata al grandissimo fotografo Mimmo Jodice che si è appena conclusa a Roma, scritta per La poesia e lo spirito.

Mare fuso: la natura secondo Mimmo Jodice

Si è appena conclusa al Palazzo delle Esposizioni di Roma una mostra monografica su Mimmo Jodice, doveroso tributo a uno dei maggiori fotografi italiani di tutti i tempi. Un percorso soprattutto cronologico e implicitamente tematico che mette in contatto con la storia e lo stile di questo artista partenopeo che pur avendo viaggiato in tutto il mondo ha probabilmente espresso il meglio raccontando la sua Napoli.
Dagli  esordi sperimentali degli anni ’60 con foto strappate e sovrapposte (“Paesaggio interrotto”, “Frattura” o immagini di “Taglio” alla Fontana), passa presto a rappresentare il proletariato, non solo quello urbano con le fortissimi immagini di una “Ercolano” pasoliniana, o la serie dell’ “ospedale psichiatrico”, ma pure quelle della fabbrica, con alcuni scatti presi anche nelle acciaierie di Terni. Continua a leggere

Edward Hopper: la fredda luce delle solitudini

Edward Hopper: la fredda luce delle solitudini
Roma, Fondazione Roma Museo fino al 13 GIUGNO 2010

La prima mostra dedicata a Hopper in Italia si fa perdonare l’assenza del suo quadro più famoso, “Nighthawks” (“Nottambuli”, 1942) ricostruendolo a dimensione reale nella prima sala del museo: idea geniale, che procura un brivido intenso nel visitatore e che rende – forse neanche in modo intenzionale o consapevole – una verità che affiora da questa mostra in modo molto più forte che visitando il Whitney Museum di New York, dove sono raccolte la maggior parte delle sue opere. Continua a leggere