Eddie Joe & me


Oggi ho speso i più sprecati e presuntuosi 340 Euro della mia vita: ho comprato un basso elettrico. L’ho chiamato Eddie Joe.
Eddie è un tributo al mio bassista preferito (Bernard Edwards), Joe a una serie di persone che hanno a che fare con questo nome, come i bassisti John Taylor dei Duran Duran e Gianni Maroccolo dei Litfiba/CSI/PGR, più altro che non ho bisogno di raccontare qui.
Sono felice come una bimba davanti alla sua torta di compleanno.
Non credo che saprò mai veramente suonarlo ma questo acquisto fa parte del programma di recupero di una vita spesa a cercare tutto fuori di me. Questi suoni che amo proverò a farli uscire da Eddie Joe, e ogni accordo giusto, fosse anche uno su quaranta, sarà un regalo fatto da me a me, una carezza sulla mia pelle.
Mi sento sciocca e coraggiosa, ma soprattutto ridicola e molto molto felice.

Today I spent the most wasted and conceited 340 Euro of my life: I bought myself an electric bass guitar. And I called it Eddie Joe.
Eddie is a tribute to my favorite bass guitar player (Bernard Edwards), Joe to some people that bear this name like bassists John Taylor of Duran Duran and Gianni Maroccolo of Litfiba/CSI/PGR, and others that I do not need to mention here.
I’m happy as a child staring at her birthday cake.
I don’t think I will ever be able to really play it but this purchase is part of the Rehabilitation Program of a life spent trying to find whatever I needed outside of me. I will try and make the sounds I love come out of Eddie Joe, and every tune I play right, be it one out of forty, it will be a gift from me to me, a gentle stroke on my skin.
I feel silly and brave, and above all ridiculous and outrageously happy.

“7047.64”, un nuovo contributo per La poesia e lo spirito

È online il mio nuovo contributo per La poesia e lo spirito, un racconto su un treno che si impaluda nella campagna e su come si possano girare le boe della vita, forse. Quasi una pagina di diario. Si chiama 7047.64. Devo e voglio ringraziare anche qui per i commenti nutrienti e emozionati che ho ricevuto alla sua anteprima su facebook.

7047.64

È il numero dei chilometri che separano Auckland, Nuova Zelanda, dall’Isola di Pasqua (o Rapa Nui), attualmente parte dello stato cileno. Settemila chilometri e sessantaquattro centimetri di sola acqua, acqua, acqua.
L’anno scorso ho preso un aereo che ha solcato l’Atlantico e mi ha portata in Cile; dopo una settimana un altro volo mi ha tenuta sospesa su quattromila chilometri di immenso blu per depositarmi in un aeroporto su un’isola sperduta in mezzo al nulla: la terra più vicina quella da dove ero partita. Un’isola a forma di boomerang il cui periplo è fattibile a piedi in un giorno. Da tenere sul palmo di una mano, con tutti i suoi misteri.
Ma non sono le statue, i moai neri che danno le spalle al mare, non sono gli altari su cui sono poggiate o su cui giacciono infrante, e neanche quel meteorite lucido la cui frequenza energetica ha mandato in cortocircuito la mia: non sono i misteri, i sacrifici orrendi, gli assassinî delle faide tribali, le lotte di potere tra aristoi e plebe, le grotte buie o l’oceano pieno di squali che l’anno scorso mi hanno risucchiata nell’emozione, a Rapa Nui.
È stato quell’enorme blu tutto intorno. Quella colata ribollente di mare infinito a cui l’isola resiste, silenziosa, sperando che ci sia solo pace e prosperità, vita a ritmi lenti. Quattromila chilometri per il primo ospedale, ma ritmi lenti, distacco. Accettazione. Isola-mento.

Un anno fa sono arrivata a Rapa Nui correndo. Come un intercity su una rotaia che voleva essere la mia vita: un uomo e un figlio, volevo solo questo. Poi sì, anche la scrittura, le mie varie attività creative, ma Unuomoeunfiglio era il nome della stazione a cui era diretto il mio treno, da vent’anni.
Ne avevo 44, l’anno scorso. Il treno invece si è fermato in mezzo alla campagna. Arenato di fronte all’evidenza che il ritardo procreativo non sarebbe stato mai più recuperabile. C’era solo da chiedere il rimborso del biglietto e ingoiare la delusione della corsa impaludata. C’era forse la necessità di cambiare direzione.
Desiderare altre cose.
Smettere di correre.
E all’Isola di Pasqua non puoi correre: c’è solo oceano blu intorno, onde alte quattro metri anche quando il mare è calmo. E rocce scurissime prese a ceffoni; puoi tuffarti oltre loro, prenderti in faccia il mare e affogare se vuoi.
Oppure puoi prendere l’isola come una boa.
La boa intorno alla quale si è arenato il tuo intercity nella corsa per il niente. Puoi scendere da quel treno, e girarci intorno, lentamente; e scegliere che se le statistiche hanno un senso, hai forse altri 44 anni davanti a te. Quelli della discesa iniziale, che poi diventa declino, sì: ma tuoi, e da vivere. Questa è stata l’Isola di Pasqua l’anno scorso: la boa intorno a cui voltare, prendendo le misure di alcune sconfitte. Ci è voluto un anno per girarle in cerchio, adesso cammino verso il ritorno con altra consapevolezza.
Ora, tra poco, riparto per l’emisfero sud: un’isola neozelandese abbracciata dall’oceano, distante 7047 chilometri e 64 centimetri da Rapa Nui; ma questa volta il mio aereo segue la direzione da occidente a oriente, sorvolando l’Asia invece che l’Atlantico.
Quest’anno arrivo da sinistra, dalla linea del cuore, sperando che il Pacifico mi dia ancora la sua buona spinta, che le onde puliscano, lasciando la forza della mia roccia.

Il mare nella stanza

Finestre spalancate sul buio del mare
schiaffi percuotono i fianchi della torre che ci contiene,
nudi e perfetti.
Allacciati nel sonno
il giorno della vittoria è quello della stanchezza
del pianto del riposo del sollievo
di averti trovato,
e tu che hai trovato me.
Siamo il nostro premio,
fragile e eterno come ogni bellezza.
La donna alla finestra
l’uomo sulla sedia,
posano per la stampa che nulla ancora conosce di noi.
Eleganza di lino e seta incarta noi
regali irrestituibili.

Un ballo a due con Beppe Sebaste per Nazione Indiana

Uscito ora.

Monica
Notte fango a Addis Abeba

Scendono strade dalla collina, portano all’occidentale albergo come bolo spinto nel digerente.
Buio e freddo, la macchina inciampa lenta su dossi e fratture. Piogge inondano svergognate.

Luci poche da qualche baracca, fari fendono, fischiano il buio.
Sbattono in faccia bambine e bambini soli per strada come branchi di cani; intenti nel buio su qualcosa: mangiare?
Laceri e stinti come cani nel buio bagnato; soli di notte, lune di notte, il faro dell’ingiusto li abbaglia. Solo bolo da spingere, nel digerente.

Beppe
Notte Roma impromptu

“Niente è più intatto di una rovina”, dici attraversando, coi pini marittimi disposti come funghi,
il parco archeologico del tardo capitalismo industriale impiegatizio,
hai fame e caldo, puoi mangiare all’ombra e a Ferragosto pulirti con lo stuzzicadenti e
sdraiato guardare la festa dell’Assunta che dal Tevere prende il mare,
uomini & donne tatuati, guardie di finanza, carabinieri, parroci & Santi, insieme barcollano nelle
barche ubriache e i fuochi non solo d’artificio esplodono fuori tempo
come rutti.
La sera i neon e i karaoke, i fili delle baracche attaccati ai pali della luce. Ci divertiamo molto.
Poi torni a casa e guardi le puttane in viale Marconi. La notte ci si dà da fare
la notte.
Eiaculare stanca.

“The Disney Trap” ha superato il milione e ottocentomila!

Troppo felice e orgogliosa!! Sono riuscita a sforare i 1.800.00 spettatori con “The Disney Trap – How copyright steals our stories” questo minuscolissimo lavoro costato un sudore IMMENSO ma neanche un euro. Tre anni fa, il 22 agosto 2006, il mio 42esimo compleanno, mi sono chiusa in casa la sera a girare questa cosa, che doveva solo essere un contributo video per un simposio a Stoccolma. Ma dicevano tutti che era molto carino, e allora l’ho messo su You Tube e with a little-big help from my friends, Wu Ming in testa, ha cominciato a correre, fino a questa iperbolica cifra di spettatori. Grazie a quelli che l’hanno visto. Adesso lo farei meglio, ma non fa nulla, ha comunque fatto girare il messaggio sulle storture del copyright, e forse ha fatto cambiare idea a qualcuno. Io ne sono orgogliosa.

“Midsommar” sul blog Carta Scritta di Rossana M. Massa

Sono molto felice e orgogliosa che Rossana mi abbia chiesto di mandarle un racconto estivo per il suo blog. La scelta non poteva che cadere sul mio “Midsommar” [Mezz’estate], un racconto ambientato a Stoccolma, perché vissuto in Svezia mille anni fa.

Grazie Rossana, altro splendido acquisto dell’avventura di Auroralia, e quindi grazie a Gaja Cenciarelli, come sempre.

“Deragliate”: un invito alla scrittura per aprire lo sguardo, con LPELS

Una sera Isabella (Moroni) mi propone di scrivere un racconto a quattro mani per un concorso, a tema libero. Accetto e le propongo un tema che mi sta a cuore, che ho visto un po’ troppo spesso per strada, ultimamente: donne homeless, deragliate, sole, forse pazze, reiette dal mondo. Isabella sorride: è un tema su cui ha fatto già molto lavoro, è perfetto per lei! Il concorso salta, ma non la voglia di scrivere questa cosa: buttiamo giù un racconto che esce su “La poesia e lo spirito”, di cui siamo entrambe redattrici. Il titolo è “Deragliate”, e viene pubblicato con l’invito a contribuire, ognuno con la sua sensibilità e la sua esperienza. Due note appaiono in risposta al primo (il mio), una di Laura Costantini e l’altro di Alexandra Zambà, e altri commenti partecipati arrivano in coda al secondo.
Qualcuno parla di buonismo, di sensibilità da due soldi, per sentirsi più giusti e più buoni. Non è sempre sbagliato fare queste affermazioni, spesso si fa finta di partecipare, ma non c’è il cuore. In questo caso però c’è un tentativo diverso, non solo speculativo, e per questo si aggiunge anche Gaja (Cenciarelli) al discorso: diffondere, aprire, allargare il pensiero a queste donne deragliate. Non perché gli uomini non meritino la nostra attenzione, ma perché quella solitudine femminile è più debole, più vulnerabile, più scabrosa, e non fa che aumentare. Le donne sui marciapiedi sono sempre di più e la loro età diminuisce: questo ci DEVE preoccupare.
Quello che facciamo invitando chi vuole a partecipare con un proprio contributo di sensibilità e/o esperienza è portare l’accento su questo fenomeno, augurandoci che parlarne ci faccia portare lì l’attenzione, serva ad abbattere qualche muro di ostilità, farci vedere la cosa con occhi diversi.
Raccontateci le vostre storie, e il primo ottobre ne pubblicheremo una scelta su La poesia e lo spirito e sui nostri blog, perché ora è estate, ma poi arriverà il freddo, soprattutto per loro.

Mandate i vostri contributi al contact form che trovate qui grazie!

[Pubblicato su La poesia e lo spirito il 7 agosto 2009]