Racconto per “Narrating the crisis”

Un racconto scritto per questa foto, all'interno di un'iniziativa molto bella:
Domenica 27 marzo l'inaugurazione della mostra di testi e foto a
CASA DEL QUARTIERE
Via del Pigneto, 22 (Ex Serono) – Roma
Apertura della mostra dalla mattina, con letture dal vivo a partire dalle 17.30.

Questo è il mio racconto:

"SICUREZZA SUL LAVORO. LA PRETENDE CHI SI VUOLE BENE"

Lavoro per vivere.
Non sempre. Continua a leggere

Piazza Raudusculana: un racconto per il 19 marzo

Un racconto pubblicato su La poesia e lo spirito e su Unonove.
I miei commenti stavolta sono in coda al brano.

Piazza Raudusculana

La madre lo aveva aiutato a preparare due valige. Una grande, e una più piccola. Nella grande c’erano anche i dizionari di italiano e latino. Macigni neri. E poi tutto l’occorrente di vestiario e cartoleria per un autunno, un inverno e una primavera in collegio, a Perugia.
Era lontanissima Perugia dalla provincia di Reggio Calabria, nel 1934. Era come andare talmente lontani che anche le facce della gente non erano più quelle. Visi e capelli strani, idioma diverso.
Un treno da prendere, a Rosarno. E bisogna cambiare, prima a Roma e poi a Orte. Ma a Roma lo viene a prendere suo fratello Vincenzo perché suo padre gli ha scritto: gli ha mandato un cartolina postale, stamattina. Che si trovi domani a Stazione Termini alle nove a prendere suo fratello Totò che viene col treno notturno, e mi raccomando puntuale. Continua a leggere

La mia festa per l’Unità d’Italia

Un pezzo messo stamattina di getto su unonove per l’anniversario dell’Unità. Va detto che qualsiasi festa laica mi rallegra.

Uniti non uni

Certo, è chiaro che l’Italia dovesse unificarsi. Tornare unita dopo esserlo stata per centinaia di anni sotto l’impero romano, che ne aveva unificati gli idiomi al punto da lasciarne per sempre un lascito culturale condiviso, al di là delle ovvie differenze. Ma le possiamo considerare delle ricchezze le nostre differenze, o no? Possiamo miglioraci nello sforzo stesso del venirsi incontro, o no? Io credo di sì.
Ciò detto, il 17 marzo è l’anniversario di una guerra civile di occupazione delle truppe dello stato sabaudo su quelle dello stato borbonico. Festeggiamola idealmente ma per carità usciamo dall’agiografia risorgimentale, TUTTA l’agiografia.
Questo è un dialogo che ho scritto e che fa parte del mio romanzo sul brigantaggio meridionale in cui c’è una MINUSCOLA parte ambientata a Vienna, un contraltare nobiliare alla mia storia di cafoni. Esprime la mia visione antiagiografica sull’unificazione dell’Italia.  Continua a leggere

Un altro estratto del mio romanzo sul nuovo numero di Loop Magazine!

Sono felice e orgogliosissima di essere parte del nuovo (splendido!) numero di Loop da oggi in edicola!

L’ho fatto con un pezzo sull’unità d’Italia, traendolo dal mio nuovo romanzo di cui ho parlato già qui.

MICHELINA DI CESARE E FRANCESCO GUERRA, L’AMORE AI TEMPI DEL BRIGANTAGGIO POSTUNITARIO

TERRA DI LAVORO, ATTUALE ALTO CASERTANO – 30 MARZO 1862

L’alba finalmente. Muscoli contratti si flettono, il sangue punge nelle arterie, la pelle delle guance brucia, è ora di alzarsi e pisciare. Tra i compagni troppi colpi di tosse. Hanno marciato fino alle due del mattino, e dormito uno contro l’altro per cinque ore sotto la tettoia di un pascolo.
Per quasi tre mesi Don Gennaro gli ha messo a disposizione una masseria d’appoggio vicino alla sua parrocchia, a Veroli, nello Stato Pontificio. Guadato il fiume Garigliano sotto Sant’Apollinare, a metà dicembre erano fuori dal Regno D’Italia: al sicuro dall’esercito piemontese, dai Regi Carabinieri di Sua Maestà Vittorio Emanuele II, e anche da quei traditori della Guardia Nazionale: gente che si è venduta per una paga da quattro soldi ai Savoia, rinnegando Francesco II di Borbone, Re di Napoli, Re delle Due Sicilie. Gente che pensava che Garibaldi era un galantuomo e che gli avrebbe dato le terre: le terre ai contadini. Garibaldi che odia il Papa, che vuole spogliare di tutto Santa Romana Chiesa, espugnare Roma e fondare la repubblica, con Mazzini.
Le terre ai contadini, sì. Bravo chi ci aveva creduto. I nuovi padroni erano uguali ai vecchi, ma volevano più tasse. Volevano la leva obbligatoria, i maschi portati fuori di casa per anni: braccia rubate alle famiglie in tempi di fame. Volevano le fabbriche e le commesse reali passate al nord. Ma Re Francesco sarebbe tornato, avrebbe cacciato i piemontesi. Napoleone III di Francia stava con Roma, col Papa, e Pio IX stava con Re Francesco, se lo teneva al Quirinale. Si sarebbero appattati, sono tutti cugini, i Savoia coi Borbone, anche se si trattano peggio che cani. Bisogna solo tenere duro, far capire ai piemontesi che l’esercito del Regno delle Due Sicilie c’è ancora, che è costretto a vivere nella macchia, sì: ma è un esercito. Devono rapinare, rubare e quindi anche ammazzare, ma è per far mangiare la truppa. E li chiamano pure briganti. Invece sono un esercito nascosto e leale, che lotta per il proprio Re in esilio, in attesa del suo ritorno. Evviva Re Francesco!
Si chiamano tutti e due Francesco, lui e il suo Re. Ma lui di cognome fa Guerra: è lo destino.
Nonostante non tenga tanto caldo lui indossa ancora la sua giacca blu coi gradi di capitano, quella della divisa borbonica, anche se dicono che quell’esercito non esiste più. Guai a chi gliela tocca, sia pure sporca e rovinata com’è.
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“Istantanee sbagliate”

Una narrazione per Lpels (ora anche su unonove), a cui tengo molto. Questa è vita.

Istantanee sbagliate

Questo gioco che faccio ogni tanto: penso che vorrei vedere una Polaroid di me, scattata qualche anno dopo. Una foto del futuro presa magari di corsa, sfocata, con le figure piccole ma riconoscibili, che mi sveli chi sarò diventata, con chi starò, in che luogo.
Così ogni tanto ci inciampo in queste immagini, in quelle illusorie, beffarde. Come quella del mio ultimo compleanno ad agosto, a Stoccolma: la bimba dai capelli rossi in braccio, tenuta come figlia, amata come figlia. L’avessi vista sedici anni fa quell’immagine, poco dopo il mio matrimonio, ne sarei stata felice. Mi sarei detta che bella donna che sei diventata, con il tuo marito svedese. Siete a Stoccolma, chissà se ci abitate o se siete lì solo in vacanza, ma questa è di certo la tua bambina, così uguale a lui; a te non assomiglia, ma non importa: guarda quanto è carina, guarda con che felicità la tieni in braccio, come una Madonna col bambino. E invece tuo marito è un ex, e questa figlia non è la vostra, ma la felicità di qualcun’altra; anche se la tieni in braccio e con amore, anche se lei ti vuole bene.
Quell’altra foto, vista domenica scorsa all’Ikea. Sorridevi misurando scrivanie con il metro di carta, ti grattavi una tempia leggendo se il lavaggio fosse a secco o in lavatrice. Accanto a te, con la lista degli articoli e la matitina di legno, l’uomo che hai amato più di chiunque altro, quello per cui hai saputo rivoluzionare tutto anche scoccati i quarant’anni. Continua a leggere

Il mio San Valentino

Uscito oggi su unonove un racconto un po’ blasfemo per San Valentino, che potete sia leggere che ascoltare dall’interpretazione spettacolare che ne ha fatto Anna Costalonga [grazie Anna!!!]. Uso l’aggettivo “blasfemo” per semplicità e comodità: la blasfemia per me è ben altro, soprattutto vivere la fede senza aver capito nulla del lascito di Gesù di Nazareth. Ad esempio, quanto sia importante il benessere del corpo. Eccolo qui:

Oh padre!

La domenica mattina fa sempre il bagno, con calma. È l’unico giorno in cui salta il rosario delle nove e va solo alla messa, quella delle undici, così vede se ci sono nuora e nipote. Suo figlio non c’è mai, non va più. Prega per lui ogni giorno, che trovi la fede. Almeno due avemarie. Ogni tanto glielo dice al telefono ma lui resta zitto, infastidito.
Ma non importa, perché lei prega per tutti e due, oh sì che prega. Da quando non c’è più Osvaldo finalmente a casa fa come vuole lei, ché pure suo marito a messa ci veniva malvolentieri. Se pioveva diceva che aveva i reumi, però poi andava giù al bar a guardare le partite dopo pranzo, pace all’anima sua. L’ha lasciata sola presto, c’era ancora Portobello in televisione – il giovedì, le pare – quando gli è preso l’infarto.
È rimasta sola in casa, la casa grande. L’ha tutta lucidata e da allora gira sempre con le pattine ai piedi. Le persiane le tiene basse, non entra la polvere, è tutto pulito, lucido. Tutto come decide lei. Perché anche se non c’è nessuno, non è mai sola: c’è Dio con lei, e Gesù e la Madonna, e soprattutto i santi e i beati. Soprattutto Lui.  Continua a leggere

“Di morire libera”, il mio romanzo su Michelina Di Cesare

Qualche mese fa ho finito di scrivere un romanzo su una delle figure più affascinanti di quello che viene comunemente definito “brigantaggio post-unitario”, una donna che si chiama Michelina Di Cesare.

La definizione “brigantaggio post unitario” è una convenzione in larga parte dovuta a un bisogno sabauda di confinare al banditismo un fenomeno di insurrezione sociale all’invasione delle truppe dell’esercito Savoia nell’Italia meridionale, in quel processo di accaparramento delle ricchezze del Regno delle Due Sicilie che chiamiamo oggi “Unità d’Italia”. Lungi da me pensare che avesse un senso tenere frammentato un paese che al di là delle proprie diversità ha certamente un humus comune, ma penso che la Storia di questa fase del paese andrebbe riscritta, cambiando anche un po’ della toponomastica nazionale. “L’unificazione” è stato un processo occupazione del Regno delle Due Sicilie da parte del Regno Savoia che ha portato a una guerra civile durata quasi dieci anni, con una repressione feroce di intere masse contadine. Ci sono decine di ottimi volumi sull’argomento, quindi non mi dilungherò su questo, limitandomi a spiegare che ho scoperto questa “Storia” una sera di settembre del 2003, a una festa di Liberazione, grazie allo storico Enzo Di Brango, e da allora ho elaborato la volontà di conoscere e raccontare la vita di Michelina. Qualche anno di letture e di ricerche di archivio, con l’aiuto inestimabile di Valentino Romano, e le dritte di Maurizio Restivo, due storici di grande levatura dell’argomento, in particolare di brigantaggio al femminile, e sono riuscita a scrivere questo romanzo, che spero di pubblicare presto. Un primo estratto è ora su unonove, un altro tra una decina di giorni per Loop Magazine.  In questa storia, nella mia Michelina Di Cesare, più che il cuore ci ho messo tutta l’anima. Se sono riuscita a rendere giustizia a lei e agli altri poveri disperati “briganti” non lo so, posso solo dire che ci ho provato con grande rispetto e amore per le loro vite, la loro rabbia e il loro futuro defraudato.

La battaglia vinta, la guerra persa: l’altra storia dell’unità d’Italia

[L’uomo a destra nella foto è Francesco Guerra, marito di Michelina Di Cesare]

Alto casertano, 30 agosto 1863

Mattina presto.
Sono quasi un centinaio. Solo per i cavalli sembrano davvero un esercito. Criniere scrollate, sbuffi e nitriti, colli potenti che brucano l’erba bruciata di fine estate, musi tumidi che si tuffano nel fontanile a turno. Puzza di urina e sterco di cavallo, ronzio di mosche e tafani. Non fa ancora caldo. Sono quasi un centinaio. Francesco con una scusa si è allontanato di duecento metri dal campo per guardarli nella prospettiva controluce. Quelle figure di uomini, con qualche donna che da qui non si distingue: stesso vestiario, stesso portamento. I nuovi sono troppi, almeno una ventina. Non sono affidabili. È la prima volta, potrebbero aver paura. Potrebbero pentirsi subito, scappare, tradire. Nessuno gli ha ancora offerto soldi per restare, bisognerà vedere ciò che fanno oggi a Galluccio, se ci mettono il cuore e la testa. Se capiscono che significa. Alcune facce Francesco già lo sa che durano poco, niente: già stasera se ne torneranno a casa, e domani saranno dai Carabinieri a piangersi nelle sottane. Diranno che sono stati costretti con la forza, che li hanno minacciati, che hanno minacciato le famiglie. Quel De Lorenzo, quel Corbo, quel Dicivita, ad esempio: ci scommetterebbe dieci ducati ciascuno che quelli se la squagliano, come li vedesse farlo ora. Ma non importa. Oggi sono cento, è un grande giorno. Continua a leggere

“Membrana memoria di pesce” il mio primo racconto per unonove.org

Ho pubblicato il mio primo racconto per unonove. Ce l’avevo lì da un po’, mi mancava un po’ il coraggio, ma poi ho deciso che mi piaceva, ha credo una sua forza sgradevole che mi piace molto, che mi assomiglia molto. Sgradevole, ma affidabile. Per questo ecco a voi “Membrana memoria di pesce“, ladies & gents.

Membrana memoria di pesce

Che tu non dovevi vedermeli i piedi, altrimenti non riuscivo a godere. Come se qualsiasi sfacciataggine sessuale fosse concessa purché tu non scoprissi la radice del mio più profondo piacere, guardando le mie estremità. Lì si annidava e si annida il mio segreto, un segreto che io stessa non conosco. Ma niente piedi, altrimenti non riesco a venire.
Cosa c’è in quelle dita: forme cilindriche coperte di pelle e unghiute, un po’ prensili, dinoccolate, col collo che si inarca naturale come fatto per andare sulle punte. Cosa raccontano se li guardi durante il mio piacere, cosa puoi rubarmi per sempre, solo vedendolo? Continua a leggere

“L’abete austriaco”, il racconto di “Babbo Natale è strunz”

Mi sono accorta che pur avendo scritto qui di questo racconto e della geniale raccolta in cui è contenuto non lo avevo mai pubblicato tra queste pagine. Lo faccio ora, prima che l’inverno finisca ;o)

L’abete austriaco
Di Andrea Chimenti e Monica Mazzitelli

«Pssst! Ehi! Karl, mi senti?»
«Che c’è? Sono solo le sei!»
«Hai sentito il vento stanotte?»
«Alla faccia del vento! Non ha smesso mai, sono tutto arruffato…»
«Lo sai che significa, vero?»
«Che sta cambiando il tempo vecchia mia, è in arrivo la neve. Manca un soffio all’inverno.»
«Esatto…e cosa succede d’inverno?»
«Succede che me ne starò con il naso all’insù a sopportare il gelo come sempre… l’importante è non abbattersi. Fanno presto i signori faggi laggiù…gli cascano le foglie e se la dormono fino a primavera.»
«“Jingle Bells, Jingle Bells…”» canticchia Greta.
«Ah… volevi dire che sta arrivando il Natale… e allora?»
«Prova a guardarti intorno, cosa vedi?»
«Mhm…il cielo grigio uniforme che ingoia le cime innevate, questa vallata che scende dolce, il torrente, il silenzio, il bosco lontano…»
«Lontano, infatti. Siamo soli caro mio, te ne sei accorto?»
Karl resta zitto, le chiome piegano verso il basso, chinano la testa. Continua a leggere