Iiro Rantala alla Casa del Jazz: virtuosissima simpatia

Concerto alla Casa del Jazz, Roma, Italia, 18 gennaio 2015
Non c’è nulla da fare: il jazz, al nord, non ama prendersi troppo sul serio, diventare pomposo. Il miglior pianista finlandese, e uno dei migliori pianisti europei in assoluto, riesce a scherzare con il pubblico come fosse tutto un grandissimo gioco, simultaneamente esprimendo un tale virtuosismo da lasciarlo ammutolito. Il suo primo importante tour in Italia è stato un grande successo, da ripetere, concluso a Roma tra molto entusiasmo, nonostante Rantala non sia affatto conosciuto qui quanto in Europa Centrale e del Nord, dove riempie gli auditorium.

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Phronesis, la band più propulsiva del new jazz dà Life to everything

I Phronesis sono una delle poche band del new jazz europeo su cui c’è un accordo pressoché assoluto tra i critici musicali di ogni generazione, come si è potuto notare in quasi tutte le classifiche più importanti del 2014. E il loro ultimo lavoro Life to everything è un ulteriore salto in avanti nella pur già consolidata produzione di questo gruppo di cui è leader il magnifico contrabbassista danese Jasper Højby, autore anche di tutti i pezzi dei primi due album, e della maggioranza di quelli del penultimo. In Life to everything invece i ragazzi si sono divisi equamente le composizioni, firmando tre pezzi a testa. Il segreto della band è sicuramente nel grande equilibro musicale e personale di un ensemble dove ciascun elemento spicca talmente tanto da non venire mai sottomesso a un altro, in un eterno gioco di rincorsa giocosa tra i musicisti. È quasi incredibile: sono sempre all’altezza uno dell’altro. Non che in altre band il leader schiacci gli altri, ma Phronesis mette in campo non solo un ottimo pianista come l’inglese Ivo Neame, ma anche il migliore contrabbassista e il migliore batterista (il norvego-svedese Anton Eger) della propria generazione. Phronesis travolge, ha uno stile pulsante e propulsivo, un’energia da rock band che soprattutto dal vivo tocca visceralmente. Proprio perciò questo loro ultimo album è stato registrato dal vivo e non in studio: porta quel sigillo, contagia emotivamente. Non a caso il titolo dell’album è la chiusa di una citazione di Platone riportata in calce sul CD: “La musica dà un’anima all’universo, ali al pensiero, slancio all’immaginazione, […] e vita a ogni cosa”. New jazz all’ennesima potenza, innovazione, groove e commistione di ritmi, spesso anche latini, dal flamenco all’afrocubano, passando per il Brasile.

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La calma composta e incantatrice del Helge Lien Trio: Badgers and other beings

C’è una qualità speciale nella musica jazz norvegese −e islandese− che la rende riconoscibile persino rispetto alle “cugine” nordiche (svedese, danese e finlandese): un legame profondo, ancestrale, quasi mistico, persino panteistico, con la Natura. Come se sottinteso a ogni accordo ci fosse un’ampiezza di respiro contemplativo di un paesaggio, che sia marino o montagnoso –in Norvegia acqua e terra sono inseparabili− o legato alla fauna o alla flora, o alla coltre bianca che per molti mesi vernicia il suolo di spazio. E quella contemplazione si trasforma spesso in un’introspezione quasi meditativa, che per alcuni prende una sfumatura collegata al divino (penso a Tord Gustavsen, ad esempio) e per altri resta vicina al senso largo ma anche magnificamente minuscolo della Natura e i suoi segreti. Credo che possa forse risiedere in questo il motivo per cui gli italiani −che per cementificazione, sovraffollamento e alienazione urbana hanno smarrito il proprio Eden− hanno un amore particolare per la musica norvegese: ci ritrovano un Paradiso Perduto.

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“Duo”, un grandissimo piccolo album di Karlsson e Markusson

C’è qualcosa di ancestrale e misterioso in questo album così semplice e lineare in apparenza. Una qualità segreta, un arcano, che lo rende speciale, intellegibile a molti, anche a chi non frequenta il jazz. Un disco che fa (sof-)fermare, rallentare, ascoltare, riflettere. E anche per noi che il jazz lo amiamo invece visceralmente, resta comunque un mistero quanto potente possa essere un album solo piano e contrabbasso. In verità, uno dei miei album preferiti di tutti i tempi è Night and the City, di Kenny Barron e Charlie Haden, quindi per me esiste un precedente corposo. E in effetti Duo, primo album di Daniel Karlsson al pianoforte e Thomas Markusson al contrabbasso, pur essendo meno notturno, ha un’atmosfera simile: soffusa e intima, spesso introspettiva. Ed è probabilmente destinato a diventare anch’esso un classico.

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Magnus Öström finalmente di nuovo in Italia

Concerto al Panic, Marostica, Italia, 22 ottobre 2014

Non era passato neanche un anno da quando avevo visto lo scorso live di Magnus Öström a Istanbul, ma mi ero decisa ad andare comunque: era stato il miglior concerto jazz della mia vita, come avevo cercato di scrivere qui. Speravo in una nuova simile performance, augurandomi che il pubblico veneto avrebbe saputo far arrivare un calore altrettanto mediterraneo al palco. Certamente non mi aspettavo che l’esecuzione potesse migliorare, comunque: mi sarei di gran lunga accontentata che fosse rimasta allo stesso esaltante livello della volta precedente. Mi sbagliavo. Incredibilmente. Questo concerto è stato veramente eccezionale, come hanno anche affermato tutti i musicisti nel backstage, e la mia scelta più che ripagata. A cominciare da Daniel Karlsson, che ha sicuramente fatto un ulteriore salto tecnico nel suo pianismo, infilando con precisione e passione un numero imprecisabile di note in più, ma anche con un Andreas Hourdakis entusiasta della sua nuovissima sfavillante chitarra Collings, e con la conferma della grande energia dell’immenso Öström, e l’ispirazione precisa del bassista Thobias Gabrielson.

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Il talento esploso di Daniel Karlsson per il nuovo album “Fusion for Fish”

Scrivere di questo album dovrebbe essere quasi difficile per me, per la mancanza di quel distacco che si dice necessario all’elaborazione soggettiva. Toccassi i solchi di questo vinile, potrei riconoscere ogni minuscola traccia, suono, frammento sporco di incisione, l’appoggio del dito sul tasto nero, su quello bianco, l’archetto sulla corda, la spazzola sulla pelle del tamburo. L’ho seguito da prima che nascesse, perché la mia collaborazione artistica con Daniel Karlsson era già cominciata dall’album precedente, e ho ascoltato molti brani prima dell’incisione, lasciandone montare suggestioni che si sono poi concretizzate in alcune delle immagini di quello che è diventato uno dei miei video preferiti: “Mrs. Mermaid”.
Ma andiamo con ordine? Ci provo, scrivo sorridendo.

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Maria Pia De Vito: restringere il gap

Concerto “Remind the gap” al Roma Summer Jazz Festival, 3 settembre 2014

Maria Pia De Vito: voce
Claudio Filippini: pianoforte, tastiere
Luca Bulgarelli: basso elettrico
Walter Paoli: batteria

Sono molti i gap che l’Imperatrice del vocal jazz italiano ha riempito in questa preziosa data al Roma Summer Jazz Festival. A cominciare dall’essere tornata nuovamente in concerto con la sua band di Mind the Gap, raffinato album del 2009 che conteneva pezzi composti e cover, da Hendrix a Björk. E noi che pensavamo di aver pagato il prezzo del biglietto per un semplice concerto, abbiamo avuto la fortuna di trovarci a una reunion, e assistere a una gioia vibrante, un’allegria complice che ha riempito il palco di sorrisi, occhiate, gesti e gioco.

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Le “Sirenades” di Lina Nyberg: grandeur jazz

 

Una donna spettacolare, oltre che una grande musicista: 16 album in 20 anni di carriera. Ma a quanto pare, nessun desiderio − e nessun bisogno – di smettere. Anzi. Questo nuovo album è decisamente tutto tranne che in tono casuale o minore, al contrario. Nonostante la crisi evidente dell’acquisto di supporti non digitali in Scandinavia, la Nyberg ha creato un oggetto che vuole davvero essere tenuto tra le mani, letto, accarezzato. Un doppio CD da comprare, assolutamente, con una grafica e un’estetica forti, anche grazie alle foto di Miki Anaguris e le illustrazioni di Matilda Ruta; un album concettuale che la dice lunga sulla capacità musicale e quasi metafisica di una delle voci più importanti del nobile panorama scandinavo. Due CD sontuosi e ambiziosi per le “sirenate”, parti più dionisiache e parti più apollinee, tra dolcezza e abisso, tenute insieme con piglio ferreo e consapevole che si permette di volare dal respiro grandioso di Broadway al free jazz, passando per quasi tutto, dalle malinconie esistenziali all’afro-cuban jazz. Il suo equivalente pop sarebbe Divine Comedy.

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Il nu jazz italiano è firmato Kekko Fornarelli

Talvolta un paese si pasce di un provincialismo inverso, dando per scontato e quindi rendendo inesistente il talento che esprime e di cui altri sanno vivere e godere appieno. Kekko Fornarelli appartiene (speriamo per poco) a quei profeti fuori patria che faticano a venire riconosciuti in Italia ma vengono al contrario amati all’estero, dove fanno tournée internazionali.
In questo suo ultimo lavoro, Outrush, Fornarelli esprime ben di più di un talento pianistico: la composizione è decisamente potente, nuova, innovativa, libera. Ogni pezzo una narrazione che contiene decine di idee, una sovrabbondanza succulenta che arriva a ogni nuovo ascolto, senza intralciare la piacevole scorrevolezza dell’album, che in verità prende immediatamente, dalla prima volta.

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City Nights: il jazz più rockettoso di Svezia

Un esordio molto solido, potente e consapevole questo dei City Nights, composto da alcuni fra migliori e più richiesti musicisti jazz svedesi di giovane generazione a cominciare da Andreas Hourdakis, chitarrista di Magnus Öström (Esbjörn Svensson Trio), Nils Jansson, la tromba più interessante della sua generazione, con Martin Höper grande groover al basso, e Chris Montgomery alla batteria, con la sua ricca e versatile punteggiatura.
L'album tocca e va immediatamente oltre il jazz rock, creando quasi uno stile nuovo, se vogliamo parlare di un genere. La libertà dal jazz e dal rock diventa il punto più distante da entrambi i poli, rendendo la fusione libera da schemi. Ci sono elementi di rock, indierock, jazz e di progressive, spesso usati in modo innovativo e inedito, inaspettato, con un risultato di fusione di strumenti e ispirazione il cui interplay è a volte proprio l'alchimia che rende ogni pezzo interessante e appiccicoso.
Un album che difficilmente si fa dimenticare, con un sound molto riconoscibile non solo per la maestria e il virtuosismo pieno di carattere di ciascun musicista, ma per la coerenza e la maturità dell'ispirazione.

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