«Into the white»: la guerra senza guerra | Intervista a Petter Næss al Nordic Film Fest di Roma

Si è concluso da poco il secondo Nordic Film Fest alla Casa del Cinema di Roma, organizzato in pool dalle ambasciate scandinave d’Italia: un’edizione ancora più fortunata e partecipata della precedente, con film di altissimo livello che hanno davvero donato emozioni autentiche e profonde ai fortunati che sono riusciti, dopo lunghissime code, a guadagnarsi un posto in platea. Finalmente pellicole lontane da personaggi che non assomigliano alla nostra vita, che non ci sanno dare sentimenti profondi e sguardi nuovi e diversi sul mondo.

into the white

Tra i più importanti lo splendido Road North di Mika Kaurismäki, che ha messo insieme due grandissimi attori per un road movie padre-figlio commovente e inedito, e l’intensissimo Mangiare dormire morire di Gabriela Pichler, vincitore del premio del pubblico della Settimana della Critica di Venezia 2012, dove la regista ottimamente prodotta da China Åhlander ha raccontato il mondo della marginalità dell’immigrazione e difficoltà di sopravvivenza nel mondo lavoro attraverso una storia orgogliosa e tenace, affidata ad attori non professionisti su cui spicca un’incredibile protagonista, Nermina Lukac, di cui sentiremo certamente ancora parlare.

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Il miglior corto del 2013 si chiama Genesi…

… e lo ha girato Donatella Altieri.

Ecco il mio pezzo che racconta la sua meritatissima vittoria al Bif&st di Bari, ieri sera!

“Genesi” il cortometraggio di Donatella Altieri vincitore al Bif&st di Bari

Per la prima volta il più prestigioso festival di cortometraggi d’Italia, il ConCorto, organizzato sin dal 1992 dall’organizzazione romana di Arcipelago, è fuggito dalla capitale per approdare nel calde e accoglienti braccia del Bif&st di Bari, manifestazione sempre più importante del panorama nazionale. Felice Laudadio, direttore del festival barese, ha colto il polemico e accorato grido di dolore lanciato lo scorso giugno da Stefano Martina, direttore di Arcipelago, che lamentava una carenza drammatica di fondi e un’impossibilità a continuare a realizzare la manifestazione a Roma dove tra il Ministero dei Beni Culturali, il Comune Roma e la Regione Lazio, non c’era mai verso di sapere se e quanti fondi sarebbero stati stanziati per il festival, nonostante la sua rilevanza anche internazionale.

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Re della terra selvaggia: quando le bambine perdono

Si è scritto moltissimo e a ragione su questo film dell’esordiente Benh Zeitlin, regista trentenne autore di un piccolo capolavoro che –pur non avendo vinto nessuno dei quattro Oscar a cui era candidato – ha pur sempre meritatamente ottenuto le nominations. Un film girato con freschissima maestria, e con un impostazione che ricorda Rosetta dei Dardenne tanto nei contenuti psico-sociali quanto in quelli schiettamente filmici.

È la storia di una bambina seienne, Hushpuppy, che vive con il padre in una baracca, allo stato quasi brado, in una regione paludosa della Louisiana soggetta a esondazioni. Il padre malato e alcolizzato si occupa rudemente e sciattamente di lei, puntando a renderla un’adulta per evitare di assumersene vere responsabilità.

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“Il sospetto” di Thomas Vinterberg

Lucas (Mads Mikkelsen) e Theo (Thomas Bo Larsen) sono cresciuti insieme in una piccola cittadina della campagna danese, andando spesso a caccia con un gruppo storico di amici. Theo e la moglie litigano di frequente e a farne le spese è la loro secondogenita Klara, una bimba di 5 anni che frequenta l’asilo dove Lucas ha trovato un lavoro temporaneo – avendo perso un posto da insegnante a causa dei tagli alla scuola. I genitori di Klara la trascurano molto e, nel momento in cui Lucas la tratta in modo gentile e protettivo, la bambina sviluppa per lui una cotta infantile: gli regala un cuore e lo bacia sulle labbra.

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Lo Hobbit, eroe delle piccole cose

Aspettavo questo film da tempo, non sono rimasta delusa. Un’opera ancora grande e sontuosa da parte di un regista che mette un tale filologico amore nei confronti di J. R. R. Tolkien da riuscire a creare personaggi più pittorici del libro, e a far lottare due montagne tra loro come fosse un evento naturale e possibile. La fusione tra produzione e post-produzione è talmente priva di cesure e suture da far diventare il flusso scenico, narrativo e tecnologico un unicum filmico perfetto. Non ho voluto vedere il film in 3D la prima volta (tornerò tra qualche giorno) per godermi di più la storia, il “mio” Tolkien, e credo di aver fatto bene: sarebbe stata una distrazione da baraccone, un gioco sicuramente divertente e emozionante, ma non il cuore di ciò che volevo trovare, o meglio ri-trovare, 36 anni dopo aver letto Lo Hobbit. 

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“Argo”: e la CIA è assolta

Un film fatto bene paga sempre, e questo è proprio ottimo cinema, sotto ogni aspetto. Argo, il film di cui Ben Affleck è sia regista e attore protagonista, e coproduttore insieme a George Clooney, sta avendo un successo senza ombre di critica e pubblico. Non è I tre giorni del Condor, certo, anche se ne condivide molti aspetti, ma ha una sceneggiatura da manuale (quasi un manuale di sceneggiatura, vien da dire), ambientazioni perfette, ritmo, suspense, dialoghi limati, e truccatori e parrucchieri che devono vincere un Oscar: incredibile la loro capacità di rendere persino la grana dei pori della pelle degli anni ’70-’80, è qualcosa difficile da spiegare se non si è visto il film, nel senso: i colori, la pellicola che sembra quella di allora, un gusto vintage che fa un effetto docu-fiction (persino il marchio usato dalla Warner Bros. per i titoli è quello d’epoca), e ricorda quel brano degli Afterhours dove Manuel Agnelli racconta di un suo sogno notturno dicendo “La luce era diversa negli anni settanta, ho riconosciuto anche quella”.

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Louis Malle vs Asghar Farhadi: il mondo che cambia

Ci sono questi film la cui mancata visione mi dà quasi un senso di disagio, come stessi seduta al banco di scuola senza aver fatto i compiti. Questi titoli così famosi, le correnti di genere, i registi “importanti”: cose che si devono conoscere, in un contesto di media cultura qual è la mia. Quel minimo che mi consenta di stare su media e non mediocre, ecco, senza pretendere troppo.
Ogni tanto cerco di pitturare qualcuna delle mie macchie di leopardo, e di solito lo faccio con un’attitudine emotiva e sentimentale, pronta all’innamoramento artistico. Così ho iniziato a guardare Les Amants, un film del 1958 di Louis Malle – anni che ce l’avevo lì. Anche perché il suo Au revoir les enfants non solo mi era piaciuto molto, ma mi aveva proprio commossa.

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Skyfall: Bond sulla linea d’ombra

Il mio secondo pezzo per il blog su l'Unità.

C’era così tanto da scrivere su questo film che l’unico modo che ho avuto per farlo serenamente è stato partire con l’idea che sarebbe stato impossibile dire tutto. E nonostante le mie migliori intenzioni, questo post non è affatto breve, e non è neanche una recensione quanto più una critica, perciò più adatta a chi il film l’ha già visto. Mi appello alla clemenza della corte augurandomi di riuscire a farvi arrivare in fondo a bordo delle mie montagne russe di associazioni di idee, frantumi di suggestioni, lacerti di reminiscenze scolastiche, poesia, e qualche milione di metri di pellicole. E ora partiamo! 🙂
Per quanto non si direbbe, a conoscermi, io sono una fan acritica dei Bond movies: ho visto quasi tutti i film, almeno tre volte, con punte di una dozzina di ripetizioni. Non li distinguo uno dall’altro, volutamente: per me Bond è un archetipo a prescindere dall’attore che lo interpreta, una sorta di noumeno platonico. È un agente segreto che esiste realmente, e che anche in questo istante è in missione da qualche parte; quale sia, lo scoprirò nel prossimo film. La premessa solo per far capire che quanto sto per dichiarare non ha nessun contenuto denigratorio o sminuente, per me. Lo dico: Skyfall è molto più di un Bond movie.

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“La Patente”, di Alessandro Palazzi

Fresco, intelligente, anticonvenzionale, aperto, divertente: “La patente”, primo lungometraggio di Alessandro Palazzi, è un film che si stacca dal panorama italiano per mettere in scena una commedia in stile britannico, dal sapore un po’ sit-com, dove la sessualità e i rapporti umani travalicano gli schemi in modo comico e spiazzante, per nulla timorosi di uscire dai binari tradizionali. La ricerca di una “normalità” sentimentale avviene attraverso processi poco ortodossi, dove la pulsione sessuale e quella sentimentale posso confondersi ma anche prendere strade diverse. Sicuramente è centrale il tema della precarietà, visto da una prospettiva sincera e schietta, senza buonismi: arrangiarsi per sopravvivere, costi quel che costi, con o senza morale, a costo di fare i furbi.
Attori perlopiù molto convincenti a dare vis a una sceneggiatura divertente e spregiudicata – con qualche momento demenziale e surreale – ci fanno viaggiare dentro una storia piuttosto semplice: due ragazzi cercano di mettere insieme uno stipendio portando all’attivo un’autoscuola, dovendo però superare gli ostacoli “umani” di studenti complessi e problematici, stranieri con problemi di lingua o imbranatissimi, adolescenti con turbe sentimentali e trans seduttivi, con un contorno di altre figure marginali ma molto comiche. Non era facile gestire questo magma senza scadere in uno stile eccessivamente sit-com ma, tolto qualche dialogo in esubero e un paio di inciampi narrativi, il film scorre via veloce e regala qualche momento più profondo della mera comicità, offrendo una riflessione sull’Italia moderna.

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“Bel Ami”: il seduttore non seduce

Di solito non recensisco cose che non mi piacciono, preferisco scrivere solo di ciò che mi convince, ma per questo film ho fatto un'eccezione: l'ho trovato davvero irritante a fronte di critiche molto buone anche su testate di peso. Ho ritenuto di dover "bilanciare" le cose.

"Bel Ami": il seduttore non seduce

Che peccato, un film così. Inutile, insignificante, che vorrebbe avere la complessità de “Le relazioni pericolose” (non citiamo neanche “Valmont”, la sua migliore versione) ma non arriva neanche a esserne la caricatura, con attori che pur bravi, da soli, sembrano qui recitare senza una vera regia, abbandonati a un copione da cui cercano di estrarre qualcosa che somigli a un personaggio.
La trama, ricavata dall’omonimo romanzo di Guy de Maupassant, vuole Georges Duroy (Robert Pattinson), uno squattrinato ex soldato, intrufolarsi nell’alta società parigina grazie a un conoscente giornalista che lo accoglie nel suo entourage. Grazie alla sua avvenenza, Duroy ne sedurrà a turno tre esponenti importanti:  Clotilde De Marelle (Christina Ricci), Madeleine Forestier (Uma Thurman), e Virginie Walters (Kristin Scott Thomas).

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