MOF, recensione di “Fried Generation”

MOF: più che fried, freed

A volersi fare un’idea di questo album ascoltandone solo un pezzo si prenderebbe una cantonata, con due si direbbe “Eh?” e con tre si direbbe “Ah!”. Il risultato finale è che la parola riassuntiva è “contaminazione”. I ragazzi della band non offrono troppi appigli di genere: il jazz esiste come suoni/strumenti, ma non come stilema, e la direzione è più quella del rock (con radici negli anni ’70, soprattutto nei pezzi più acidi di Vignato) ma con prosecuzione fino a quello elettronico contemporaneo, più o meno indie (soprattutto nelle composizioni di Martino), fatto salve alcune tracce, specialmente quelle a firma del contrabbassista Dallaporta, più vicine al jazz moderno, e che infatti nei due pezzi conclusivi ospitano Alfonso Santimone al pianoforte.

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Doctor 3 proudly presents “Doctor 3”: di come i padri abbracciarono i figlioli prodig(h)i

Auditorium Parco della Musica, giugno 2014: concerto gratuito di presentazione del nuovo lavoro dei Doctor 3 e l’atmosfera è festosa. La Sinopoli fin troppo piena per un matinée giocato contro la prima giornata gloriosamente estiva di quest’anno, e infatti la sala conta una piacevole e inedita presenza di bambini e ragazzi, silenziosi e attenti. Si percepisce un mood davvero affettuoso da parte del pubblico: i figlioli prodighi sono tornati finalmente a casa dopo 5 anni di necessario digiuno, e offrono meraviglie a un pubblico di fan che affollerà poi la libreria dell’Auditorium per acquistare il CD firmato in diretta dal trio. La scaletta del concerto, come sempre estemporanea, è stata quasi tutta presa dal nuovo album, che non deluderà assolutamente i fan più storici della formazione.

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Pietropaoli e Viterbini, il Futuro è Primitivo

Pietropaoli e Viterbini, il Futuro è Primitivo

Non quello di Manduria che si beve − anche se l’atmosfera è così raccolta e intima che un buon rosso ci starebbe tutto − ma il Primitivo come radice da cui cresce ad libitum un nuovo presente.E infatti i brani di questo album sornione e delicato sono quasi tutte cover scelte sia da un passato antico di blues e soul (principalmente dell’area Memphis a cui Viterbini è legato) che dall’attualità di Thom Yorke e Prince (per la cover di Nothing compares to you), passando per una intensissima King of pain di Sting, mentre i due brani originali sono entrambi di Pietropaoli (molto bella Canzone per chiamarti che alle mie orecchie aveva una piacevole eco di True Colors).

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Silvia Bolognesi Almond Tree: “Il mandorlo” è un albero pieno di buoni frutti

Un quartetto piuttosto inusuale ma forse per questo ancora più interessante, e meritorio, quello chiamato dalla talentuosissima contrabbassista Silvia Bolognesi per il suo CD “Il mandorlo”. Trombone e vibrafono (con occasionale clarinetto), contrabbasso e batteria interagiscono tra loro in modo equilibrato, e il bilanciamento degli strumenti nella composizione è –insieme a ritmi e melodie interessanti– una delle forti cifre della musicista toscana, che pur potendoselo permettere raramente punta il riflettore su se stessa, lasciando invece dialogare i musicisti e facendo crescere la musica, a cui rende giustizia un ottimo mix/master eseguito da Antonio Castiello.

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Daniel Karlsson Trio al Fashing di Stoccolma

Grandissime aspettative per questo quasi debut-live del trio del pianista Daniel Karlsson, il più legittimo erede di Esbjörn Svensson del panorama jazz scandinavo. Sentieri musicali spesso paralleli tra loro, con la forza di Karlsson più frequentemente incastonata in formazione con altri musicisti piuttosto che solista; a cominciare da Oddjob, band tra le più innovative e dirompenti del jazz nordico, che proprio la sera di questo concerto si aggiudicava il suo secondo Grammy Award svedese con l’ultimo album, Jazzoo.
Le aspettative sono state puntualmente saldate, anzi rispetto all’album Das Taxibåt (di cui ci siamo occupati qui) nel live oltre alla conferma della potenza pianistica e improvvisativa di Karlsson si è potuto anche apprezzare una sensazione di intensa e allegra complicità tra i tre musicisti, con il contrabbassista Kristian Lind che rispetto al CD ha trasmesso più potenza e un talento esecutivo veramente ispirato. Fredrik Rundqvist alla batteria ha strappato applausi entusiasti per un paio di assoli trascinanti e originali, il che non è semplice quando si ha a che fare con un talento così già di suo percussivo, scandito e ritmico come quello di Karlsson.

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JK3 ovvero Jacob Karlzon Trio: il meglio del crossover contemporaneo in scena a Essen

Concerto sold out per il trio di più alta levatura crossover in circolazione: a prescindere da qualsiasi gusto personale sulla musica, questi tre signori la sanno veramente suonare con elegante perfezione, raggiungendo una strana a definirsi “semplicità complessa”. Non si inciampa mai in nulla che assomigli a un compiacimento virtuoso nella dinamica del trio, tutto sembra piuttosto un meraviglioso gioco di complicità fraterna fra tre giganti che suonano con lo stesso ingenuo entusiasmo di tre pischelli cantinari. Senza aver mai sentito un concerto di JK3 con il batterista precedente, Jonas Holgersson, non si ha quindi per fortuna modo di fare dei paragoni, ma il giovane Ikiz (turco naturalizzato svedese) è un fenomeno, un istigatore puro, con davvero un paio di marce in più sulla media: trasformismo e groove. E comunque è solo l’anagrafe che mente sugli altri due.
Jacob Karlzon è un pianista eccelso ma “della porta accanto”: umile, simpatico, emotivo. Fa diverse dichiarazioni d’affetto ai suoi compagni durante il concerto, arrivando a dire che vorrebbe venissero abolite le feste di Natale e Capodanno che li tengono lontani, e in effetti i tre si guardano quasi sempre negli occhi, si sorridono, ammiccano, si cercano durante gli assoli come stessero facendo l’amore. Deliziosi giocolieri col sorriso.

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Magnus Öström live a Istanbul, energia bollente e liquida

Concerto al Salon İKSV, Istanbul, Turchia, 18 gennaio 2014

Concerto sold out per una città dove il jazz davvero pulsa come in pochi altri luoghi europei e mondiali, una scena da tenere bene d’occhio e che si guarda avidamente intorno. La Turchia è affamata di musica di qualità e innovativa, e chi la ama spesso è incredibilmente giovane rispetto ad altri paesi: mai visti così tanti ragazzi e ragazze a un concerto jazz, mai. E qui Magnus Öström è più che di casa: tutto ciò che è legato all’Esbjörn Svensson Trio gode di un culto amorevole e caldo. “Amorevole” non è un aggettivo scelto a caso, perché è diverso da “adorante”: il distacco tra pubblico e palco è minuscolo, e l’energia bollente  e liquida  che è caduta copiosa in platea ha suscitato grida, applausi, singhiozzi e sospiri che nessuno sentiva il bisogno di trattenere. Mai fatto esperienza di nulla di simile, a un concerto jazz.

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Marius Neset, sassofonista norvegese rivelazione, incanta con i suoi Birds

Penso che l’unico affiancamento possibile tra i due sassofonisti norvegesi Marius Neset e Jan Garbarek sia la copertina vermiglia del loro passaporto. E sia detto con pieno e identico rispetto e apprezzamento di entrambi. Le lame di ghiaccio di Garbarek sono distanti dal fuoco terragno e quasi latino di questo giovane vulcanico compositore, nonché straordinario sassofonista (tenore e soprano), che consegna il suo terzo album, “Birds” a soli 28 anni.
Un lavoro avviluppante, con frequentissimi cambi di ritmo, ispirazione, una composizione a tratti disorganica e furibonda, come fosse davvero difficile per Neset contenersi entro questa acqua in ebollizione e dovesse continuamente cambiare rotta, come un bimbo affetto da ADHD seduto a un banco di scuola. Molto difficile se non impossibile annoiarsi o distrarsi: questo è un album che chiede concentrazione anche per la varietà di strumenti scelti da Neset per le composizioni in aggiunta alla sua solida band scandinavo-britannica con Anton Eger (NO) alla batteria – e coautore di due brani – Ivo Neame (UK) al piano, Jasper Høiby (DK) al contrabbasso (convogliati nel gruppo di Høiby, “Phronesis”, a cui mi dedicherò presto), e infine Jim Hart (UK) a un sorprendente vibrafono.

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Daniel Karlsson Trio, Das Taxibåt: il talento compatto di un grande pianista

Autorevole, ispirato, virtuoso, di piglio. Un album firmato finalmente con nome e cognome dopo una carriera lunga e luminosa nel jazz scandinavo che conta: da Oddjob, una delle band scandinave più innovative dell’ultimo decennio, alla collaborazione con Magnus Öström (Esbjörn Svensson Trio) per lo strepitoso album “Searching for Jupiter” [di cui abbiamo parlato qui]. La carriera di Karlsson comincia prestissimo, e prima di compiere 30 anni ha già vinto il Grammy svedese con l’album d’esordio di Oddjob, e due anni dopo il “Nobel” della musica aggiudicandosi lo “Swedish Jazz Musician of the Year Award” con il quale finanzia il suo primo lavoro solista, presentato con il nome di Pan-Pan. Prima e dopo, nessuna interruzione per la sua carriera, spesa in decine di altri progetti con star tanto del mondo scandinavo quanto internazionale, come Nils Landgren, Ernie Watts, Peter Erskine e Till Brönner.

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Percussioni Ketoniche: intonati come campane

Il doppio concerto “Campane e Sonus” delle Percussioni Ketoniche all’Auditorium di Roma il 22 dicembre scorso (dopo un’ulteriore matinée qualche giorno prima) ha decisamente sciolto con vibrazioni di energia primordiale e liberatoria la cornice elegante dalla Sala Studio, trascinandola in una materia colante e lavica. Il gruppo creato e diretto da Giulio Costanzo (M.° del Conservatorio di Campobasso), e composto da molti suoi ex allievi di ormai acclarato successo ha portato in scena un concerto ottimamente costruito, ricco di variazioni e musicalità, nonostante la melodia fosse affidata esclusivamente alle marimbe, e in modo obliquo alle campane.
Il progetto di Costanzo nasce in effetti molto dall’incontro con Marinelli, attuale erede e titolare dell’omonima antica Fonderia di Agnone, che esporta campane in ogni angolo del pianeta. Marinelli, sul palco a fine spettacolo, spiega che era in cerca del partner giusto per far cantare finalmente –e intonatamente– le sue campane, e che Costanzo ha accettato e superato la sfida, creando melodie e suoni giusti per ottenere armonia dal metallo. Ed è con le campane che comincia il concerto, per poi ingrandirsi a prendere toni sempre più ampi anche grazie all’elettronica gestita da Max Fuschetto, ma il concerto non punta solo al crescendo, come spesso avviene per le performances di percussioni, ma alla variazione di temi, ritmi, strumenti, esecuzione, e ovviamente alla bravura dei musicisti tra cui spiccano soprattutto uno strabiliante Antonio Armanetti, premiato giovanissimo con il Premio delle Arti per le percussioni, Roberto Napoletano, e il batterista Oreste Sbarra, che in modo sanguigno e deliziosamente mediterraneo, ha chiesto a fine concerto, dal palco, la mano della sua fidanzata, trasformando ciò che restava dell’elegante Sala Studio in una festa di paese.

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