“La Patente”, di Alessandro Palazzi

Fresco, intelligente, anticonvenzionale, aperto, divertente: “La patente”, primo lungometraggio di Alessandro Palazzi, è un film che si stacca dal panorama italiano per mettere in scena una commedia in stile britannico, dal sapore un po’ sit-com, dove la sessualità e i rapporti umani travalicano gli schemi in modo comico e spiazzante, per nulla timorosi di uscire dai binari tradizionali. La ricerca di una “normalità” sentimentale avviene attraverso processi poco ortodossi, dove la pulsione sessuale e quella sentimentale posso confondersi ma anche prendere strade diverse. Sicuramente è centrale il tema della precarietà, visto da una prospettiva sincera e schietta, senza buonismi: arrangiarsi per sopravvivere, costi quel che costi, con o senza morale, a costo di fare i furbi.
Attori perlopiù molto convincenti a dare vis a una sceneggiatura divertente e spregiudicata – con qualche momento demenziale e surreale – ci fanno viaggiare dentro una storia piuttosto semplice: due ragazzi cercano di mettere insieme uno stipendio portando all’attivo un’autoscuola, dovendo però superare gli ostacoli “umani” di studenti complessi e problematici, stranieri con problemi di lingua o imbranatissimi, adolescenti con turbe sentimentali e trans seduttivi, con un contorno di altre figure marginali ma molto comiche. Non era facile gestire questo magma senza scadere in uno stile eccessivamente sit-com ma, tolto qualche dialogo in esubero e un paio di inciampi narrativi, il film scorre via veloce e regala qualche momento più profondo della mera comicità, offrendo una riflessione sull’Italia moderna.

Davvero una buona prima prova per un giovane regista che sa far utilizzare in modo pulito la macchina da presa, infilandoci anche alcune inquadrature interessanti, a dispetto dei limiti tecnici che impone necessariamente il budget di questi film.
Comincio da qui: Alessandro, un miracolo questo film, come sei riuscito a finanziarti?
Avevo un piccolo budget a disposizione ma era talmente piccolo che non era facile trovargli un film. Così un giorno mi sono iscritto in autoscuola, il film non c’entrava, non avevo preso ancora la patente! Inoltre ero un regista precario di cortometraggi e pochi videoclip. Ho dato una bella agitata al tutto, un pizzico di sincera rabbia precaria, e il gioco è fatto. I soldi diventano secondari quando hai deciso di farteli bastare e cioè hai deciso di non fare il film della vita e nemmeno un esordio convincente, ma semplicemente hai deciso di sperimentare nel lungometraggio un modello produttivo frutto di anni di autarchica indipendenza. Qualcosa ha funzionato bene, qualcosa meno, ma non guardo solo il lato artistico dell’operazione, nel cinema è riduttivo.

In meno di una settimana di programmazione al Nuovo Cinema Aquila di Roma Pigneto ci sono state più proiezioni sold out: promossi per la distribuzione “vera”?
Forse ce lo siamo meritati sul campo ma le cose non funzionano così. Sarebbe già tanto se “La Patente” continuasse così la sua strada, proprio come è cominciata, dal basso e a macchia di leopardo. Incontriamo il pubblico, creiamo un rapporto e soprattutto prima delle proiezioni promettiamo il rimborso del biglietto se il film non dovesse piacere. Questo li mette di buonumore e di solito non passano dopo.

Complimenti per il casting, anche i giovanissimi erano proprio bravi, come li hai selezionati?
Il casting è uno dei punti di maggiore forza di questa produzione. È avvenuto in due fasi, anche perché il film doveva partire un anno prima, poi sono successe delle cose e il film è stato rimandato. A quel punto però avevamo due protagonisti su tre e qualche personaggio minore. La seconda fase, la più lunga, ha chiuso il cast. Abbiamo incontrato moltissimi attori e crediamo di aver trovato qualche piccola perla nascosta. Infine lunghe prove e aggiustamenti al copione hanno completato il lavoro con gli attori.

Che farai adesso?
Sto lavorando su due sceneggiature e avviando il progetto di una serie tv tratta proprio dal film “La Patente”.

Slowcult

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