Un film che invece abbiamo visto: “Piccola Patria” di Alessandro Rossetto

Christian Raimo, uno dei migliori intellettuali in circolazione, ha lanciato quasi un guanto di sfida su questo film, scrivendo un pezzo per Minima&Moralia dal titolo “Un film che probabilmente non vedrete”, facendone ipso facto un dovere quasi etico. Ieri sera, al Cinema Aquila di Roma Pigneto, proiezione speciale con regista (Alessandro Rossetto) e parte del cast, sperando che dopo gli sgambetti della distribuzione – nonostante la buona accoglienza allo scorso festival di Venezia – questo film possa trovare il suo (giusto) pubblico.

Deve farlo perché è una bella storia, prima di tutto: un noir degli sconfitti, con gli adulti impotenti e i giovani no future; con il termometro del malessere che passa attraverso il sesso, lente di ingrandimento e cartina di tornasole di ciascun personaggio anche quando è taciuto. E poi perché racconta di una marginalità sociale universale, che potrebbe essere ovunque: in una periferia del Texas come in Veneto, o in un sobborgo di Lima. Non per questo il set è meno importante, anzi: le immagini aeree iniziali in abbinamento alla potente musica corale di ispirazione popolare di Bepi De Marzi (composta alla fine degli anni ’70) raccontano già molti aspetti del film, aprendo uno scenario roussoviano di natura recintata, addomesticata, nullificata: segmenti di verde ritagliati da autostrade e viadotti, villini, palazzi, fabbriche, parcheggi, pratini posticci e decorativi, senza nulla di selvatico, men che meno di selvaggio, col selvaggio ridotto a finzione artefatta: cavalli in un maneggio. Natura replicata, finta (“i boschi ga perso la pace”, canta il coro). E in questo rassicurante e riquadrato contenimento di pulsione vitale spicca un hotel dall’architettura wannabe moderna, cupa cattedrale di superficie rispecchiante dove vuote sdraio fingono spiagge su piscine che fingono mare (“l’acqua xe morta” ripete all’infinito il coro), dove ognuno potrà fingere vacanza e natura, immaginandosi di diventare più bello attraverso un’abbronzatura, e quindi più socialmente integrato. In questo hotel lavora Renata (Roberta Da Soller) infelice e rabbiosa, amica di Luisa (Maria Roveran), e insieme elaborano un goffo, quasi grottesco piano per ricattare un uomo sessualmente impotente che però paga Renata per incompiute ma sottomettenti prestazioni sessuali. In questo tentativo Luisa approfitta del candore del suo ragazzo albanese Bilal (Vladimir Doda), che diviene centro dell’odio razzista di suo padre Franco (Mirko Artuso), uomo anch’esso impotente nei confronti del vivere, tarpato dalla paura di morte che cerca di vincere individuando nello Straniero un nemico identificabile, e prendendo lezioni di tiro per un’autodifesa che non avrà forse mai il coraggio di far diventare forza omicida. È l’odio, espresso o trattenuto, che aggancia lo spettatore e lo fa stare in tensione per tutto il film. L’odio dei deboli e degli impotenti, gente finita nel buco di una vita di merda da cui non riesce a scappare, dove il denaro non è mai un mezzo per realizzare dei veri sogni, ma lenzuola annodate, grigie, con cui calarsi fuori da una prigione. Ma il sollievo non può arrivare, perché è dentro che nulla è risolto. Luisa spreca la sola bellezza che potrebbe avere, tradendo l’unico uomo candido e morale del film, il suo giovane fidanzato albanese con cui la vediamo all’inizio in una scena dall’ampio valore simbolico: in un prato incolto, lui trattiene e accarezza senza ferirlo un grillo verde, tra piante e fiori. Renata, a mio avviso il personaggio meno compiuto della sceneggiatura, seppure ottimamente interpretato, è troppo piena di dolore e rancore per sapere una strada, la può solo annusare, ferina, e stringere i punti sognandola, cercando di essere inutilmente la Thelma di una recalcitrante Louise che la illude sessualmente e affettivamente, senza sceglierla fino in fondo. Tutto implode, il Veneto che vuole restare Veneto, chiudersi a tutto, come i personaggi adulti, che vivono nella paura e nella mortificazione del loro essere esclusi da una società che li emargina in quanto miseri, dove l’unica salvezza offerta dalla realtà è quella di potersi rivalere su qualcuno di più sciagurato: gli extracomunitari, i meridionali, con la pseudo cattolicità della messa che diventa un rituale socioculturale, una dichiarazione di appartenenza razziale, un ansiolitico. E quando il padre di Luisa grida “Negro vigliacco” sta urlando a se stesso la sua frustrazione di uomo impotente, e la sua paura di vivere, più forte di quella di morire. E anche qui, l’heimlich freudiano diventa il perturbante: la vera barbarie comincia a casa, come cantava Morrissey (a proposito di altro, invero), e nell’incapacità di risolvere se stessi e le proprie difficoltà psichiche la mente si ammala e il corpo deraglia, smarrisce la sua sessualità naturale, si fa impotente o si rivolge insanamente a se stesso, con un cannibalismo incestuoso in senso tanto lato quanto fisico, rappresentato in modo potentissimo, ribaltante e simbolico dalla scena in cui “il porco” (Diego Ribon), l’uomo che le ragazze provano a ricattare, rivolge la sua impotenza sessuale nei confronti della sua altrettanto impotente e frustrata sorella (Nicoletta Maragno). Si potrebbe dire davvero molto molto ancora su questa pellicola che è quasi un piccolo miracolo nel panorama italiano, certamente più “desertificato” che “desertico” di per sé: se questi film, che noi cittadini in parte finanziamo, avessero solo un po’ più di spinta, davvero solo un po’, sono certa che sarebbero accolti da un pubblico vastissimo. Ci sono registi come Alessandro Rossetto, che sanno raccontare queste storie e lo fanno con attori potenti, li vogliamo continuare a far lavorare?

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