Recensione di “Tutto qui”, di Andrea Pomini

Appena uscita su slowcult la mia recensione della splendida biografia dei Massimo Volume scritta da Andrea Pomini. Un libro bellissimo!

Il 2010 è stato decisamente l’anno dei Massimo Volume, storica band del rock italiano dall’inizio degli anni novanta fino ai primi anni 2000, ricostituita quest’anno a pubblicare “Cattive abitudini”, probabilmente il migliore album della loro carriera, e con in libreria una biografia-monstre a lacrime e sangue scritta da Andrea Pomini per Arcana Editore.
Difficile frenare l’entusiasmo per un progetto di musica e di vita (“È stata come una rivoluzione di famiglia. Una rivoluzione affettiva fra le persone. Dentro una rock band.” dice la storica batterista Vittoria Burattini) che in Italia ha segnato almeno un paio di generazioni di musicisti e di fan che non hanno mai smesso di amare questo gruppo e considerarlo il più seminale di quegli anni.
“Tutto qui” è il titolo dell’intelligente biografia di Andrea Pomini, basata sulle interviste a tutti i membri ed ex-membri della band, con gli scazzi, le meschinerie, la droga e il rock & roll, l’alcol e i tradimenti: “Non è un’agiografia da fan” dice Vittoria Burattini, ed ha perfettamente ragione “questo è un libro che ci corrisponde”. Andrea, come è stato frugare negli angoli polverosi di dieci anni di storia “bolognese” del rock?

È stato innanzitutto molto interessante dal punto di vista strettamente personale: sono uno dei tanti che rimasero sconvolti dall’apparizione di “Stanze”, nel 1993, e che da allora seguirono il gruppo con devozione. i Massimo Volume erano qualcosa che sembrava venire da dentro di te, non da fuori. anche per questo, l’opportunità di avere Emidio, Egle, Vittoria e tutti gli altri protagonisti della vicenda a disposizione della mia curiosità per molte ore è stata di per sé una grossa fortuna.
Tutti quanti poi, e di questo li ringrazio enormemente, hanno raccontato la propria storia e quella del gruppo davvero a fondo, senza paura di mostrare anche i loro lati meno attraenti, di toccare dove ancora fa male, di mettersi in discussione. Anche per questo la formula della storia orale raccontata a più voci mi è sembrato l’unico metodo possibile: non c’è una storia sola, ufficiale, ma ci sono quelle di chi c’era, a volte coincidenti e a volte no.
E ci sono anche alcune storie che corrono parallele: la provincia dove cresci e che in un certo senso non lasci mai, ti resta sempre un po’ dentro; la città di Bologna, il suo ruolo centrale nei movimenti culturali e sociali italiani di quegli anni e il suo normalizzarsi strada facendo; il rock indipendente italiano degli anni ’90, una delle epoche di suo massimo successo mediatico e commerciale di sempre.
Insomma, è stato molto faticoso ma altrettanto bello.

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