Morti sì, ma meglio se ammazzati – Yari Selvetella

Recensione per il quotidiano Off.
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Morti sì, ma meglio se ammazzati
La cronaca nera diventa best seller: i Crimini di Yari Selvetella

Siamo sempre più abituati a vedere la cronaca, soprattutto nera, uscire dal fruscio del giornale per diventare pagina compatta di un libro. Al contrario del cinema, che ha sempre attinto a piene mani dalla nera per fare spettacolo, il libro in Italia ha tenuto più a lungo le distanze dal “pop”, con una cesura un po’ altezzosa. Negli ultimi anni invece pare che l’aggettivo “criminale” in un titolo sia garanzia di successo editoriale, a partire forse proprio dal famosissimo “Romanzo criminale” di De Cataldo sulla Banda della Magliana, che ha segnato uno spartiacque anche letterario su questo genere in Italia.
Yari Selvetella conosce bene questo campo. Dopo aver scritto “Roma Criminale – storie di fattacci, delitti e misteri romani, dall’unificazione d’Italia ai giorni nostri” con Cristiano Armati (che ha venduto circa trentamila copie), nel novembre 2006 ha pubblicato “Banditi, Criminali e Fuorilegge di Roma”, sempre per Newton & Compton.

A quanto pare il delitto in editoria paga. È fenomeno di costume, curiosità morbosa o cultura pop?
Un po’ tutte queste cose insieme. Anzi, sarebbe interessante soffermarsi sul grado di morbosità della cosiddetta cultura pop: se con questa definizione intendiamo riferirci al gossip da spiaggia, ai reality show, alla spettacolarizzazione del dolore, mi sembra che la morbosità sia imperante. Per restare in un ambito “criminale”, direi che l’informazione di massa è “agli arresti domiciliari”, forzosamente rinchiusa tra quattro mura, asfissiata dall’aria scarsa e viziata. Nel raccontare le storie di questo libro ho cercato di trascendere da tutti gli aspetti pruriginosi. Ho scritto queste storie come se i loro protagonisti fossero donne e uomini come tutti gli altri. Così fanno più male e mi sembra siano utili a qualcosa.

Si parla sempre della criminalità come di un fenomeno in ascesa salvo poi scoprire che statistiche contraddicono questi dati. Puoi darci qualche dato in più a partire dalla tua analisi?
Credo che il dato fondamentale sia la paura dell’altro, che in fondo è paura del futuro. La profonda crisi economica terrorizza i piccoli privilegi, suggerisce il ripiegamento a una dimensione tutta individuale della propria esistenza: conta solo mettere in salvo se stessi, la propria famiglia; gli altri si arrangino. Tutto ciò che esula dal proprio contesto più intimo è spesso visto con somma diffidenza o palesemente odiato. Fa paura. Così la questione della sicurezza diviene improvvisamente centrale, anche a dispetto dei dati reali. Non mi stupisce che una società senza un vero progetto per il futuro finisca per essere terrorizzata e generare veri e propri mostri.

I fatti di cui ti sei occupato nei tuoi libri non sono solo cronaca nera ma anche pagine molto scure della repubblica. Secondo te un’orchestrazione comune tra malavita e politica è evidente?
Il libro parla di Roma, una città in cui si è forgiata buona parte della nozione occidentale di potere, un potere che emerge nelle vicende apparentemente più innocue. Dal mio viaggio tra memorie, cronache, leggende metropolitane, ho ricavato personaggi complessi e di difficile classificazione, specchi di una storia sotterranea che molto probabilmente non conosceremo mai fino in fondo. Tutto sommato il mio è solo un libro di racconti. Ho fatto un passo indietro rispetto alla verità, nell’illusione di averne una visione più nitida. Mi sono ritrovato a fronteggiare un compito assai arduo: raccontare il dolore, il dolore vero, come se fosse il frutto di una qualche fantasia.

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