Percussioni Ketoniche: intonati come campane

Il doppio concerto “Campane e Sonus” delle Percussioni Ketoniche all’Auditorium di Roma il 22 dicembre scorso (dopo un’ulteriore matinée qualche giorno prima) ha decisamente sciolto con vibrazioni di energia primordiale e liberatoria la cornice elegante dalla Sala Studio, trascinandola in una materia colante e lavica. Il gruppo creato e diretto da Giulio Costanzo (M.° del Conservatorio di Campobasso), e composto da molti suoi ex allievi di ormai acclarato successo ha portato in scena un concerto ottimamente costruito, ricco di variazioni e musicalità, nonostante la melodia fosse affidata esclusivamente alle marimbe, e in modo obliquo alle campane.
Il progetto di Costanzo nasce in effetti molto dall’incontro con Marinelli, attuale erede e titolare dell’omonima antica Fonderia di Agnone, che esporta campane in ogni angolo del pianeta. Marinelli, sul palco a fine spettacolo, spiega che era in cerca del partner giusto per far cantare finalmente –e intonatamente– le sue campane, e che Costanzo ha accettato e superato la sfida, creando melodie e suoni giusti per ottenere armonia dal metallo. Ed è con le campane che comincia il concerto, per poi ingrandirsi a prendere toni sempre più ampi anche grazie all’elettronica gestita da Max Fuschetto, ma il concerto non punta solo al crescendo, come spesso avviene per le performances di percussioni, ma alla variazione di temi, ritmi, strumenti, esecuzione, e ovviamente alla bravura dei musicisti tra cui spiccano soprattutto uno strabiliante Antonio Armanetti, premiato giovanissimo con il Premio delle Arti per le percussioni, Roberto Napoletano, e il batterista Oreste Sbarra, che in modo sanguigno e deliziosamente mediterraneo, ha chiesto a fine concerto, dal palco, la mano della sua fidanzata, trasformando ciò che restava dell’elegante Sala Studio in una festa di paese.

Manca sul palco, purtroppo in modo irrevocabile, Marzio Rosi, che ha fatto parte del gruppo come cantante e compositore fino alla sua prematura scomparsa un anno fa. La sua magnifica voce, e la sua immagine, restano però rappresentate in video per uno dei pezzi più potenti e straordinari del gruppo, “Super Flumina”, scelto anche per il bis.

Complimenti Giulio, sei riuscito a interpretare le percussioni in una maniera libera, creativa, entusiasmante, e le campane fanno musicalmente e emotivamente una differenza. Ci racconti il tuo incontro e sodalità con Marinelli?
La prima collaborazione con la Fonderia risale al 1998 con la pubblicazione di un cd audio “Fantasia classica per campane e marimba”, Libera informazione editrice, realizzato su una mia idea di attraversare il periodo storico dal medio-evo –col canto gregoriano– al primo Novecento, rileggendo alcuni dei brani più significativi della letteratura musicale di questo lungo arco di tempo. Per la prima volta, in quell’occasione, il suono delle Campane della Pontificia Fonderia Marinelli è stato ripreso, portato in sala di registrazione e integrato con i suoni di tamburi, marimbe, vibrafono e percussioni. Negli anni successivi sono aumentate le mie frequentazioni della Fonderia e dei fratelli Armando e Pasquale Marinelli ed è aumentata anche la passione per le Campane e lo straordinario mondo che le circonda. La proposta di portare in palcoscenico, quindi giù dai campanili, lo “strumento campana” e costruire su di esso un progetto musicale, è stata subito condivisa dalla Fonderia che, oltre a fornire circa trenta campane, collabora costantemente nella continua attività di ricerca scientifica su nuove tecniche di produzione del suono.  

Quanti strumenti avevate sul palco per questo concerto, e quanti ne avete di solito? I più interessanti erano sicuramente le due “biciclette a sonaglio”, le hai create tu?
Sì, l’idea mi è venuta a Londra quattro anni fa in occasione della straordinaria mostra sul futurismo alla Tate Gallery. In palcoscenico abbiamo circa trenta campane di bronzo, molti oggetti metallici normalmente destinati ad altro uso (bidoni d’acciaio intonati, bidoni di ferro, dischi di freno d’acciaio, ammortizzatori d’acciaio, tubi innocenti, padelle intonate di ferro, bici con campanelli montati sulle ruote messi in vibrazione pedalando in scena, una serie di dodici congas intonate, i bata, una marimba, cinque coppie di bonghi, oltre venti tamburi di diverse dimensioni apposta costruiti per “Percussioni Ketoniche”, una batteria, un sintetizzatore, e una vastissima gamma di percussioni di ogni tipo e suono.

Che riscontro hai a livello nazionale e internazionale, e a cosa punti per il futuro?
Le campane suonano per tutti perché tutti già le conoscono, il loro suono fa parte della quotidianità.
L’oggetto-strumento che la Fonderia produce da quasi mille anni e monta sui campanili noi lo abbiamo portato in palcoscenico. Il pubblico le osserva e sembra sorpreso a vedere da vicino ciò che è abituato ad ascoltare, spesso distrattamente, almeno tre volte al giorno. Le nostre Campane suonano per tracciare un nuovo percorso fatto di suoni, luci e immagini che ricordano il fiume infuocato del bronzo fuso che corre verso la forma vuota che diventerà Campana.
La risposta del pubblico della stampa e degli operatori culturali è straordinaria. Emerge subito l’unicità del progetto, e l’enorme prospettiva di innovazione e ricerca che lo accompagna.

Immagini di Paolo Sapio

L'Unità – Tu, quore

 

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