Marius Neset, sassofonista norvegese rivelazione, incanta con i suoi Birds

Penso che l’unico affiancamento possibile tra i due sassofonisti norvegesi Marius Neset e Jan Garbarek sia la copertina vermiglia del loro passaporto. E sia detto con pieno e identico rispetto e apprezzamento di entrambi. Le lame di ghiaccio di Garbarek sono distanti dal fuoco terragno e quasi latino di questo giovane vulcanico compositore, nonché straordinario sassofonista (tenore e soprano), che consegna il suo terzo album, “Birds” a soli 28 anni.
Un lavoro avviluppante, con frequentissimi cambi di ritmo, ispirazione, una composizione a tratti disorganica e furibonda, come fosse davvero difficile per Neset contenersi entro questa acqua in ebollizione e dovesse continuamente cambiare rotta, come un bimbo affetto da ADHD seduto a un banco di scuola. Molto difficile se non impossibile annoiarsi o distrarsi: questo è un album che chiede concentrazione anche per la varietà di strumenti scelti da Neset per le composizioni in aggiunta alla sua solida band scandinavo-britannica con Anton Eger (NO) alla batteria – e coautore di due brani – Ivo Neame (UK) al piano, Jasper Høiby (DK) al contrabbasso (convogliati nel gruppo di Høiby, “Phronesis”, a cui mi dedicherò presto), e infine Jim Hart (UK) a un sorprendente vibrafono.

Qualsiasi cosa scriverà nel futuro, e per quanto lunga sarà la sua carriera, la title track resterà per sempre la sua “Birdland”. “Birds” è un pezzo che contiene stimoli musicali da ogni direzione, un continuo cambiare di tempi, ispirazione, tonalità; eppure profondamente coerente, come una vera sinfonia. Con generosità e intelligenza usa ogni strumento e lo fa avanzare in modo imprevedibile, creando un effetto da zoo musicale, una corale quasi disneyana con cromatismi esplosivi continui, come un’artistica composizione di fuochi d’artificio. Il ritmo cresce fino a circa metà del pezzo, per assorbirsi in un momento di jazz soffuso, quasi solo il pastoso sax di Neset su un tappeto di percussioni fino al fantastico atterraggio sul rilancio sinfonico dell’ottavo minuto, a cui segue una finta conclusione che riapre invece una nuova pausa quasi filmica dove domina un flauto traverso (suonato da Ingrid Neset, sorella di Marius) estremamente descrittivo: il pezzo sfuma in dissolvenza su quello a seguire (“Reprise”), continuando gershwiniano e delicato fino a formare quasi un brusio musicale cupo e incantato. E tutti i temi di questa colossale apertura vengono come spiegati (verrebbe quasi da dire decompressi nel senso computeristico del termine) nei brani successivi, dove viene declinato dal bop alla fusion, dal folk alla musica da banda, da quella cinematografica alla pastorale.
La terza traccia, “Boxing”, al mio orecchio linguistico è molto buffa perché il sax di Neset sembra proprio imitare l’intonazione della lingua norvegese, quasi fosse una chiacchierata intramezzata da un segmento centrale più simile a un’improvvisazione di jazz vicina al free, ricca del vibrafono di Jim Hart, l’unico musicista in grado di farmi non solo digerire ma persino davvero apprezzare questo strumento da cui sa esprimere il meglio, come gli ha riconosciuto persino Joe Locke.
“Portuguese windmill” è uno dei pezzi dove più si apprezza Neset come sassofonista, che si esprime all’inizio con un sommesso sapore coltraniano, che atterra poi invece in un suono fusion ampissimo pieno di cambi ritmici, fino al nuovo affondo di dolcezza finale, un po’ come certi pezzi di Stephane Grappelli.
E dopo “Spring Dance”, un brano dal sapore folkloristico con virtuosismi da musica popolare alta,“Fields of Club” cambia nuovamente le carte in tavola alternando il bop alla fusion, con un groove che verrebbe quasi voglia di ballare se non avesse un mix di tempi impossibile da seguire.
“The place of welcome” è uno dei brani più puliti e lirici dell’album, dove risalta il magnifico contrabbasso di Høiby e il vibrafono di Hart, e sarebbe stato perfetto con le sue note struggenti per chiudere l’album, se non ci fosse stata una soluzione ancora migliore per farlo.
“The Sacred Universe” (preceduto dalla sua “Introduction”) hanno un respiro molto largo e filmico, con un sapore vagamente francese, ma anche se gradevoli e scorrevoli (e se si apprezzano l’ottimo contrabbasso di Høiby, il piano di Neame e la batteria di Eger), sono forse quelli meno interessanti sotto il profilo compositivo.
Titolo perfetto per la decima traccia, “Math of Mars”, che ha un’atmosfera stellare e notturna, con un senso malinconico e nostalgico che trascina la melodia in un crescendo un po’ marziale, come da scena di anticlimax conclusivo di un film fumettone di fantascienza: la scena in cui l’Eroe eroissimo bacia finalmente la bellissima protagonista. E sulla coda della batteria marcettosa comincia il pezzo conclusivo dell’album, “Fanfare”, che riprende i temi di “Birds” in modo giocoso e un po’ circense, da big band della festa nazionale, per ritrovare completamente la meraviglia irresistibile della title track negli ultimi due minuti conclusivi.

Marius, complilmenti, prima di tutto: questo album è pazzesco! È stato nominato come uno dei migliori album del 2013 da Ian Patterson di All About Jazz’s, meritatamente. Che ne pensi?
Grazie tantissime!, Sono sempre felicissimo che la mia musica venga apprezzata dagli altri è la ragione per cui la facciamo: toccare il cuore delle persone, generare felicità e altre sensazioni.

Ti piace più comporre o suonare i tuoi strumenti, o è lo stesso per te?
C’è una differenza, per me, ma allo stesso tempo, sono anche due cose che vivo nella stessa maniera. Il modo in cui strutturi il pensiero, la forma, le melodie, i ritmi e le armonie,seguono gli stessi principi sia nella composizione che nell’improvvisazione. 

Da dove prendi maggiormente ispirazione? Da filmmaker, devo dirti che la tua musica è davvero ricca di immagini cinematografiche per me. È qualcosa che attrae la tua attenzione?
Grazie. Parte della mia musica è molto cinematografica, a volte la testa mi si riempie di immagini quando la genero, mentre in altre occasioni è un ambiente che mi stimola la composizione, quindi immagino sia per questo che parte della mia musica sia molto cinematografica.

Se io dovessi scrivere una lista di musicisti che potrebbero averti dato ispirazione, sarebbe molto lunga, anche se in verità credo che tu ti esprima in modo molto originale, e per ciascuno degli strumenti per i quali scrivi le parti. C’è qualche musicista per il quale senti un “debito” di gratitudine particolare?
Sì, ho ascoltato tanti musicisti, ma quelli che sono stati maggior fonte di ispirazione per me sono Charlie Parker, Michael Brecker, Keith Jarrett, Django Bates e Wayne Shorter.

“Birds”, Edition Records, 2013

  1. Birds
  2. Reprise
  3. Boxing
  4. Portuguese Windmill
  5. Spring Dance
  6. Field of Clubs
  7. The Place of Welcome
  8. Introduction to Sacred Universe
  9. Sacred Universe
  10. Math of Mars
  11. Fanfare.

 

Marius Neset: sassofoni
Ivo Neame: piano
Jim Hart: vibrafono
Jasper Høiby: contrabbasso
Anton Eger: batteria
Ingrid Neset: flauto, ottavino
Daniel Herskedal: tuba
Bjarke Mogensen: fisarmonica
Tobias Wiklund: tromba
Ronny Farsund: tromba
Peter Jensen: trombone
Lasse Mauritzen: corno francese

JazzItalia

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