Il nu jazz italiano è firmato Kekko Fornarelli

Talvolta un paese si pasce di un provincialismo inverso, dando per scontato e quindi rendendo inesistente il talento che esprime e di cui altri sanno vivere e godere appieno. Kekko Fornarelli appartiene (speriamo per poco) a quei profeti fuori patria che faticano a venire riconosciuti in Italia ma vengono al contrario amati all’estero, dove fanno tournée internazionali.
In questo suo ultimo lavoro, Outrush, Fornarelli esprime ben di più di un talento pianistico: la composizione è decisamente potente, nuova, innovativa, libera. Ogni pezzo una narrazione che contiene decine di idee, una sovrabbondanza succulenta che arriva a ogni nuovo ascolto, senza intralciare la piacevole scorrevolezza dell’album, che in verità prende immediatamente, dalla prima volta.

Nel migliore solco del new jazz svenssoniano, Fornarelli con i suoi musicisti di altissimo livello (Giorgio Vendola al contrabbasso e Dario Congedo alla batteria) crea un mondo unico, innovativo, felice. Sette brani strumentali e uno cantato in modo struggente dal guest singer Roberto Cherillo, con cui Kekko ha girato mezzo mondo in tournée.

The Big Bang Theory è un inizio formidabile e del tutto significativo per questo album: ci sono decine di idee, pensieri accavallati, strade dentro cui perdersi, come se il big bang dopo aver creato il Fornarelli-mondo con il suo primo felice esplodere, ne mostrasse anche tutto il suo meraviglioso frenetico ma anche rallentatissimo evolversi. E si ha la buffa sensazione che a volte gli strumenti debbano inseguire la musica, come fosse un fiume in piena senza appigli. E tale è la forza di questo pezzo che sul ruggente viscerale crescendo del finale, col contrabbasso che spinge sullo stomaco, bisogna riascoltare il pezzo da capo, per avere tempo di guardare di nuovo quel mondo neonato, dalla bellezza selvaggia e magmatica.
Drawing Motion si caratterizza subito per un attacco minimale con il contrabbasso suonato con l’archetto a dare una sensazione classica su un tappeto di spazzole. Lo spazio è intimo e raffinato, come sempre pieno di variazioni fino al punto in cui lo sguardo si stacca dal contemplare se stessi e si allarga a ciò che si muove intorno, come un richiamo al procedere, andare oltre. Per tornare piccolo, delicato e contemplativo, dove l’archetto di nuovo lega insieme i suoni trattenuti, frammentati, del piano e della batteria. Suoni nuovi, che colorano il jazz innovandolo.
Cambiamenti continui di tono, ritmo, una base decisamente più rock con solo il pianoforte a giocare con le note imprimendo un andamento jazzoso, e moltissima elettronica, per What Kept You So Late, uno dei pezzi che mi ricorda più da vicino lo Jakob Karlzon Trio.
Like A Driftwood è una delle tracce più classiche, più vicine all’album precedente, e nella sua maggiore semplicità offrirà molti spunti di improvvisazione e gioco dal vivo.
Reasons è il brano preferito di chiunque abbia una sensibilità particolare per il contrabbasso, anche qui suonato ancora con l’archetto in frazioni della partitura. Divinamente. Il dialogo tra piano e contrabbasso è sommesso e dolente, sono le parole dopo il litigio, alla fine della rabbia, dopo lo sfogo, quelle che cercano di dare un senso al non capirsi, e il finale è placido, nella sua malinconia.
Weeping Souls ha un fantastico gioco pianistico, con la destra che agisce quasi da contrappunto alla sinistra, con un magnifico sdoppiamento dello strumento. Fornarelli gioca col suo pianoforte come pochi sanno giocare, come non pesasse nulla, e questo pezzo -forse il piu svenssoniano dell’album- si può riascoltare un numero infinito di volte continuando a trovarne sempre nuove sfumature, significati, approdi e voli. Congedo esprime uno dei momenti migliori con una strepitosa punteggiatura sul finale, dove esplode in una evanescenza di piatti su cui il piano si inerpica potentissimo e meravigliosamente lugubre, quasi wagneriano.
Don’t Hide è un piccolo gioiello. Un pezzo che dovrebbe ascoltare chi fa jazz cantato per capire quale può essere la giusta misura tra pezzo strumentale e canzone. La magnifica voce di Roberto Cherillo si scioglie come acquerello sotto la pioggia dei tasti di Kekko Fornarelli, si fonde come bronzo caldo e resiliente, una colata che sa occupare ogni spazio tonale, una corda di contralto flessuosa, tirata dagli accordi significativi e emozionanti del piano, sostenuta e contenuta da una ritmica elegante.
La title track Outrush chiude con le sue ferme e vibranti funambolie questo album prezioso: costellazioni di idee, cambio di ritmo, direzione, totalità e mood si alternano con una tensione costante e quasi feroce del ritmo, ricco di tanti suoni dal contrabbasso al di là di quelli delle corde, con una batteria sontuosa e ricca di variazione. Il piano ha un suono quasi beethoveniano, tanto riesce a far cadere grave la sinistra, e l’unico difetto di questo brano è che duri troppo poco.

Kekko, complimenti! Un album potente, ricco di idee e innovativo. Ogni pezzo ha la sua storia, o sono capitoli di un romanzo che volevi raccontare tutto insieme?
Sia l’uno che l’altro. Ho sempre amato scrivere la mia musica con un approccio tipico da colonna sonora, cercando di raccontare, attraverso le note, un qualcosa… una storia. Qualche anno fa, a seguito di un lungo periodo di riflessione, sulla mia vita e sulla mia musica (che al tempo non mi divertiva più), decisi di voler essere me stesso fino in fondo, suonando la musica che sentivo dentro, abbandonando ogni forma di cliché jazzistico, e di volermi raccontare in prima persona, per poter poi costruire un dialogo sincero con l’ascoltatore. Quindi, con Room of Mirrors (il titolo non è casuale) ho iniziato a scrivere brani che parlassero di momenti della mia vita, di emozioni o sensazioni provate, di riflessioni personali, o semplicemente di incontri fatti, cercando poi di ricreare queste istantanee di vita attraverso le note. Di conseguenza, pur venendo concepiti singolarmente (e in questo mi piace regalarmi il giusto tempo per poter lasciar fluire il tempo e gli eventi, mie muse ispiratrici), i vari brani diventano capitoli di un unico romanzo: la mia vita.

Raccontaci del tuo legame con il jazz “nordico”, sia per il passato che per il futuro.
Ti ringrazio per la domanda e, se me lo concedi, vorrei approfittarne per chiarire questo aspetto. Molti giornalisti di jazz mi hanno spesso associato a Svensson con un accezione del tutto errata, seppur parzialmente vera.  Non sono mai stato un grande divoratore di musica altrui… questo per il semplice fatto che mi piace scriverne di mia; resta pur vero che dallo scenario nordeuropeo ho tratto spunti importanti.    Il primo faro è stato Kmer di Nils Petter Molvær, ascoltato nel 2001 da una mia amica, che lavorava con me quando al tempo mi davo da vivere lavorando in una industria che produceva salotti. Nils Petter resta, ad oggi, uno dei pochi musicisti che sogno di avere in un mio brano con il suo soffio etereo… meraviglia. In seguito, nel 2003, sono arrivati gli e.s.t. con Strange Place for Snow, scoperti grazie ad un amico che al tempo gestiva un negozio di dischi e che volle insistere parecchio affinché io li ascoltassi. Ed aveva ragione. Dei loro dischi, in seguito ho avuto solo Viaticum. Due album straordinari, non c’è che dire. Ora, quello che questi esempi di jazz nordeuropeo mi hanno dato, è stata la possibilità di trovare un decisivo “la” per raccontare, in musica, alcuni scenari che la mia terra, la Puglia, ed il nord Europa hanno in comune, sebbene possano apparire, di primo acchito, opposti. È una desolazione che non si può spiegare a parole, la si può solo provare nascendoci e crescendoci. È stato dunque naturale per me proseguire su una strada che poi, nel tempo, disco dopo disco, mi sta portando sempre più ad una sonorità “parallela” a quella del jazz nordico: è una questione di approccio sonoro, ben altra cosa rispetto alla scrittura.  Nel naturale corso degli eventi, succede che oggi inizio ad avere occasione di interagire anche con il circuito nordeuropeo, partendo dai festivals fino ad arrivare a nuove collaborazioni con musicisti propri del Nord Europa: dal prossimo febbraio partirà infatti un nuovo quartetto che vedrà la partecipazione di Mats Eilertsen e Robert Mehmet Ikiz, oltre al grande amico (italianissimo, però) Walter Beltrami. Non posso però non citare il ruolo chiave, nonché originale, del mio carissimo amico turco Fatih Erkan che, da grande esperto di nu jazz e jazz nordico quale è, ci ha messi in contatto facendoci conoscere rispettivamente.

“Outrush”, Abeat, 2014

  1. The Big Bang Theory
  2. Drawing Motion             
  3. Weeping Souls 
  4. Reasons
  5. What Kept You So Late
  6. Like A Driftwood            
  7. Don't Hide         
  8. Outrush             

Kekko Fornarelli: pianoforte, elettronica
Giorgio Vendola: contrabbasso
Dario Congedo: batteria

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