Nuova uscita sulla rivista Laspro

Fierissima di una nuova pubblicazione sulla sciccosa&succosa rivista Laspro, il numero 16, ora in edicola, con un mio racconto di qualche tempo fa illustrato in modo delizioso da Luisa Montalto. Rileggendolo oggi trovo più che mai attuale il suo contenuto, è qualcosa in cui credo profondamente.

ANDARE A FINIRE

Me li ricordo ancora quegli anni dove nei negozi scambiavo queste battute: “No guardi, la busta non mi serve, c’ho posto nello zaino.”
“Ah va beh, ma guardi che non si paga mica la busta, eh?”
“Sì, no, non importa, non mi serve, davvero, grazie.”
La cassiera mi guardava con sufficienza. “Questa si vuole far notare”, pensava.

Qualche minuto dopo, in farmacia. Prendevo delle compresse, contenute in un’anonima scatolina. La farmacista la poggiava con un gesto automatico su una sottile pila di fogli bianchi con scritte verdi e rosse, veloce come un’operaia in catena di montaggio; facevo appena in tempo a dirle “Non c’è bisogno che le incarti”, ce la facevo per un soffio. A volte non ce la facevo neanche, per cui alla fine stavo attenta e glielo dicevo prima ancora che battesse lo scontrino che non serviva incartare, come una bambina saccente.

Passavo per strana allora. Mi guardavano col sopracciglio alzato. “Il cliente ha sempre ragione ma questa è una rompipalle, chiaro. Perché non sta zitta e prende, come tutti gli altri, che facciamo prima, che c’abbiamo fretta, che tanto è gratis?”

Tutti gli altri, uno a uno, si ricordano il tempo delle buste di plastica e della carta sprecata. È durato quanto e non oltre il petrolio. Quando il prezzo al litro ha iniziato a raddoppiare ogni sei mesi la gente continuava a dire “dove andremo a finire?” ma la busta, anche al prezzo doppio del doppio, costava pur sempre poco, ancora. Magari però la gente iniziava a tenerle da parte, anche quelle piccole che prima si buttavano via. Quelle della farmacia, ad esempio, sempre più minuscole. Alla fine cominciavano a mettere via anche quelle, che gira gira, hai visto?, alla fine se ce l’hai da parte un motivo per usarle scappa fuori.

La farmacia non incartava più da un pezzo le piccole scatoline. Te le davano in mano le confezioni, adesso, con lo scontrino piccolo; gli anziani si lamentavano che non si leggevano i numeri, che li fregavano sul resto, che gli toccava pagare la busta. “Dove andremo a finire?”.

La questione era soprattutto questo andare a finire. Ma non lo volevamo ancora capire.

Alcuni non ci avevano proprio mai riflettuto, altri erano di quelli che finché durava durava, il mondo era così. Poi c’erano gli anticatastrofisti, che negavano le evidenze e dicevano che erano secoli che la razza umana parlava della fine del mondo, che a ogni intoppo all’apparenza insormontabile la scienza aveva trovato una soluzione. Che era una cospirazione per far vendere i giornali, che la paura serviva a chi per ragioni sue, magari politiche, promuoveva ostacoli allo sviluppo e il progresso.
Mi ricordo in particolare i più incattiviti, quelli che erano stati bambini nei primi anni ’50, dopo la guerra. Lo spreco per loro era una certificazione di status. Se ci rinunciavano si sentivano risucchiare dentro ai film in bianco e nero di De Sica, si ricordavano la puzza del cavolo nell’androne, gli spiccioli ricontati sessanta volte. Si ribellavano, come se la perdita dello spreco fosse uno stivale chiodato che gli pestava la faccia. La materia, per loro, era un diritto. Buttare buttare buttare, con spregio, per riscattare gli antenati straccioni. Usare e gettare, l’inno della fine della fatica. Nel secchio dell’immondizia l’insalata imbustata scaduta da un giorno, senza neanche aprire la confezione per sentirne l’odore, e dietro all’insalata le uova, due giorni, lo yogurt, tre. Nel water venti litri di sciacquone per un decilitro di pipì insieme a dieci strappi di candida carta igienica di pura cellulosa, appena inumidita. L’acqua di risciacquo dell’insalata scolata nel sifone del lavandino invece che nella pentola da scrostare, in modo da fare il lavaggio breve della lavastoviglie. Un tovagliolo di carta a due veli più grande di un vecchio vinile appena appena usato, gettato via due volte al giorno invece di essere riutilizzato come carta da cucina.

Lisa mi rimprovera sempre. Lisa è mia figlia, ha vent’anni e poche chance. Mi dice “ma dove avevate la testa? Che ci voleva a mettere i pannelli sopra i terrazzi? Perché non vi siete fermati prima? Dove avevate la testa, a che pensavate voi, si può sapere? Perché non eravate tutti in piazza, eh? Perché?”. Non le dico mai che io ero diversa, che ero quella che passava per strana in farmacia. Mi vedo con gli occhi di oggi e so che non era abbastanza, che quello era quasi un vezzo, la pagliuzza al posto del trave.

Lisa sta studiando storia contemporanea, ha appena fatto un seminario sullo sterminio nazista. Ieri è tornata a casa da una lezione e mi ha detto che si sente come gli ebrei, solo che non ha una nazione in cui rifugiarsi, un posto sicuro in cui scappare. Chissà che fine faranno quelli che stanno pagando una fortuna per salire sulle navi spaziali. Le ho detto di provare almeno a passare il test di ammissione, ma dice che di andare non si sa su quale galassia sperduta a morire, dopo anni e anni di viaggi nel nulla passati a bere piscio rigenerato non ci pensa proprio. Meglio qui, tutti insieme. Vittime e carnefici al contempo, per non aver voluto vedere che il salone da ballo era incrinato, cinque minuti prima che il Titanic andasse giù.

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