Peirone e le millenials tra seduzione e potenza

Resterà aperta ancora qualche giorno la mostra "Girls, Girls, Girls" dedicata a una fotografa svedese (di origine argentina) che ha avuto un enorme successo qui in Svezia al Göteborgs Konstmuseum il Museo d’Arte cittadino.
Julia Peirone da anni punta il suo obiettivo verso le giovanissime, cercando con le sue immagini di dar loro un’identità maggiore e più profonda di quella banalmente generazionale. Ragazzine e ragazze colte in momenti di imperfezione, fisica o di posa, esposte proprio nell’attimo in cui la foto verrebbe scartata: a occhi chiusi, con una smorfia, cadute per terra dai tacchi, piene di smagliature, con l’apparecchio ai denti, pelosissime, sovrappeso. In un mondo dominato dal fotoritocco e dai selfie finti, Peirone abbraccia l’imperfezione con lo sguardo e la proclama con orgoglio, gridandola come un manifesto.

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“Le stanze dell’addio” di Yari Selvetella, un commiato dalla grande letterata Giovanna De Angelis

Ho scritto due recensioni del capolavoro di Yari Selvetella. Un libro che sareste veramente pazzi a non leggere immediatamente. Una è dedicata esclusivamente al suo romanzo, ed è pubblicata su La poesia e lo spirito, e un'altra – per Le donne visibili – che contiene anche una parte dedicata alla letterata Giovanna De Angelis, mancata esattamente cinque anni fa oggi. Giovanna è molto ingiustamente sconosciuta ai più. In un altro Paese non sarebbe mai passata altrettanto inosservata al di fuori degli addetti ai lavori. Fa tutto parte di uno schema di cultura patriarcale in cui siamo imbibiti. Ma la sua mancanza è dolorosissima e la sua voce sarebbe stata enormemente necessaria in questo momento storico in cui il #metoo italiano è così vittima di vent'anni di berlusconismo dilagante e permeante. Sono felice che ci sia il suo romanzo da leggere, e ora anche quello di uno scrittore – e uomo! – del livello di Yari Selvetella. Due letture da fare in questo ordine.

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Catherine e la controrivoluzione borghese

Qualcosa manca ai molti interessanti commenti letti in questi giorni a proposito della gravissima presa di posizione della cordata francese capitanata dalla Deneuve: l’evidenziazione del fatto che queste donne firmatarie sono in buona parte rappresentanti di un mondo grande o piccolo borghese, e che ritraggono una società protetta, innamorata di sé stessa, di profilo medio alto. E quando queste donne parlano di palpate su un autobus affollato lo fanno evidentemente per sentito dire, come fosse una scenetta da film. Ché se davvero si fossero trovate su una metro affollata con qualcuno che si struscia, conoscerebbero bene il senso di frustrazione e vergogna che ti ammutolisce, facendoti preferire di cercare di scivolare oltre piuttosto che stare al centro di una scenata tra puzza di ascelle e alitosi.

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Che la forza sia con voi. E il potere con noi.

Inauguro con questo pezzo dedicato al #metoo svedese una collaborazione molto importante e preziosa per me: da ora sono a ogni effetto la "quarta autrice ufficiale" della preziosa pagina de Le Donne Visibili!

Ci sono molte donne per cui femminismo significa in qualche modo rifiutare una prospettiva di diversità di genere, come fosse un marchio di debolezza; donne che tendono a catalogare sé stesse su un metro maschile, a cominciare dalla declinazione dei titoli professionali, ché quelli al femminile “non valgono tanto quanto”.

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La rivoluzione senza Italia del #metoo

Una sensazione da punto di non ritorno.
Come nella favola di H.C. Andersen − I nuovi abiti dell’imperatore – a un certo punto è bastato un grido: quello delle prime donne dello Hollywood Star System, che hanno avuto il coraggio di uscire allo scoperto e vuotare un sacco pieno di vergogna, rabbia, frustrazione, paura e incertezza. Da lì, pochi giorni dopo, il primo post con l’hashtag #metoo inizia a girare e in un paio di notti diventa una valanga. Si aggiornano le cifre dei conteggi delle migliaia e migliaia di donne occidentali che hanno trovato la forza della moltitudine per raccontare la propria storia. Che sia quella di una molestia su un autobus, o di uno stupro, tante mani si sono alzate e il fiume è diventato una piena, un avvenimento che è impossibile ignorare. Grazie ai social network le donne occidentali si sono finalmente incontrate, pur senza vedersi mai, e nell’onda sororale e calda del dire “anch’io” hanno formato una sorta di alleanza, con la forza che hanno le donne quando si stufano e non riescono più a far passare nulla.C’era un prima dove la lingua era avvilita dalla paura, e dalla vergogna, e ora c’è un dopo dove ognuna di noi non si sentirà mai sola ma avrà saputo una volta per sempre che quello che le capita è comune, condiviso, incolpevole sempre e comunque, da contrastare sempre e comunque. E forse dal 99.9% di donne che fino a ora hanno taciuto, potremo averne 50% che gridano la loro rivoluzione d’ottobre, proprio a cent’anni da quella russa.

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La generazione perduta dei pornoragazzini

Tutto quello che non sappiamo sulla pornografia in rete raccontato in un saggio fondamentale appena pubblicato in Svezia

È uscito in Svezia un libro dal titolo “Droga visiva – su pornografia in rete, bambini e ragazzi” [“Visuell drog – Om barn, unga och nätporr”, Kalla Kulor Förlag, 2016] che sarebbe veramente utilissimo tradurre in italiano. Le scrittrici sono due centrali termonucleari: Maria Ahlin − giovanissima presidente dell’associazione Freethem contro il trafficking − e Ulrica Stigberg − pastora della Fryhuset, il più importante e vitale centro giovanile di Stoccolma.
Per scrivere questo libro Ahlin e Stigberg hanno scelto di fare un passo indietro rispetto a una prospettiva morale sulla pornografia, preferendo concentrarsi solo sugli effetti del suo consumo a danno della salute di giovani e giovanissimi, sia a livello neuropsichiatrico che fisico e sociale. Hanno intervistato esperti di ogni tipo: professori universitari, neurologi, criminologi, commissari di polizia, sociologi, urologi, psicologi, ricercatori, personaggi televisivi. Ma soprattutto, hanno parlato a lungo con decine di ragazzi e ragazze, che hanno (finalmente) trovato orecchie adulte per esternare le problematiche che né genitori né insegnanti sanno affrontare, e hanno scoperto che nessuno di loro aveva mai avuto la possibilità di parlare con un adulto su questo tema. Il quadro che ne emerge è molto inquietante e con forti ripercussioni sociali.

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